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La governante che si fece fotografa, Vivian Maier a Bologna

A Palazzo Pallavicini 140 dei 120.000 scatti ritrovati: nei suoi giorni liberi e senza dirlo a nessuno, scattò foto tra New York, Chicago e Los Angeles
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BOLOGNA – Di mestiere faceva la governante e per 40 anni, nei suoi giorni liberi e senza parlarne con nessuno, scattò foto tra New York, Chicago e Los Angeles. Ne sono state ritrovate 120.000, e alcuni dei rullini non erano nemmeno stati sviluppati. Poi la scoperta, per caso nel 2007, con una storia che ha dell’incredibile. Lei, che si chiamava Vivian Maier, era ormai anziana e in miseria: non aveva pagato l’affitto e per legge le erano stati espropriati i suoi oggetti, poi messi all’asta in un unico “box”.

Il giovane figlio di un rigattiere di Chicago comprò il blocco e dentro vi trovò una gran quantità di negativi e rullini. Sviluppandoli e stampandoli si rese conto che avrebbe potuto guadagnarci qualcosa e cominciò a diffondere il materiale sui social e a vendere le opere su e-bay.

Nel frattempo Vivian, che non sapeva nulla di quanto stava accadendo, morì, nel 2009, e le sue foto iniziarono a circolare fino a diventare virali e poi materiale di diverse mostre in giro per il mondo.

Ora una di queste mostre, con 120 foto in bianco e nero e 20 a colori, è a Bologna a Palazzo Pallavicini (via San Felice 24) dal 3 marzo al 27 maggio. Si intitola, non a caso, “Vivian Maier – La fotografa ritrovata” e porta sotto le Due torri sei diverse sezioni di scatti realizzati dagli anni Quaranta agli anni Ottanta che ritraggono strade statunitensi, palazzi, persone di ogni età ed estrazione sociale e gli autoscatti di Vivian, che probabilmente sono i più sorprendenti.

Oggi il selfie è un modo di fotografare e fotografarsi più che usuale, ma allora, negli anni Cinquanta e Sessanta, non era così diffuso e quindi stupiscono le immagini di questa donna che si ritrae sugli specchi in giro per le strade. Se, come dice la curatrice della mostra, Anne Morin, il successo attuale di queste immagini sta nel fatto che lei, come chi scatta selfie “è alla ricerca della propria identità”, “fa il tentativo di darsi un posto nel mondo”, e anche nel fatto che “tutti, proprio tutti quelli che hanno uno smartphone e scattano foto quotidianamente possono essere Vivian Maier”, è anche vero che Vivian non condivideva affatto le sue opere. Anzi, teneva segreta la sua passione per la fotografia e teneva segrete le foto, tanto che pare nemmeno i suoi datori di lavoro, i genitori dei bambini che lei curava e badava, sapevano che lei era anche una fotografa.

Camminando per strada riprendeva i bambini ai quali faceva da baby sitter, gli altri bimbi, anziani, clochard, persone indigenti ma anche signore impellicciate. Guardando con clemenza i primi e ironizzando sulle seconde, mettendo in evidenza le pellicce di volpe, con tanto di testa e zampe (allora era di moda) che pendevano dalle loro spalle.

Con una voglia quasi fobica di ritrarre, Vivian Maier fotografava gente seduta a tavola rubando uno scatto dalla finestra, forme, palazzi o oggetti che disegnano strane forme e strade. C’è chi parla di lei come una antesignana della Street photography, oltre che di Instagram. Lei, che era nata nel 1926 da un austriaco naturalizzato americano e da una francese, che quando i genitori divorziarono con la madre andò a vivere da una fotografa professionista, che faceva la governante perché non pensava di non saper fare altro, oggi ci dice, con le sue foto “io sono qui”. E da donna invisibile è diventata una fotografa.

 

 

 

 

 

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