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Sabbadini: “L’occupazione femminile sprofondata, è un’emergenza nazionale”

linda laura sabbadini
La presidente dell'engagement group Women20 al G20: "Da decenni c'è una sottovalutazione cronica della questione della parità di genere e della questione delle infrastrutture sociali. Le competenze femminili ormai esistono, il ministero Pari Opportunità non può essere più senza portafoglio"
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ROMA – “Sulla questione di genere ormai siamo sprofondati, non bastano più le parole, c’è un problema di emergenza nazionale. Abbiamo di fronte un problema serissimo: la pandemia ha acuito le disuguaglianze di genere, non soltanto nel nostro Paese, ma a livello internazionale. Però dobbiamo essere coscienti che la gravità dell’impatto nel nostro Paese è ancora più accentuata per un motivo molto semplice, cioè che si partiva già da una situazione svantaggiata”. È il monito che Linda Laura Sabbadini, presidente dell’engagement group Women20 al G20, ha lanciato stamattina nel corso dell’audizione in Commissione Affari Esteri della Camera sul Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza).
“Faticosamente eravamo arrivati a un 50% di occupazione femminile, un livello molto basso– spiega Sabbadini- Molto faticosamente perché, negli anni, non si è mai investito sufficientemente in politiche adeguate, in piani straordinari per l’occupazione femminile, in infrastrutture sociali, e tutto questo ha contributo a un aggravamento della situazione dell’occupazione femminile. Siamo arrivati al 48,6% di tasso di occupazione femminile, solo nel mese di dicembre abbiamo registrato 100mila occupate in meno, tutte donne– sottolinea la statistica- Nel 60% sono giovani. L’ultimo trimestre disponibile ci dice che per le giovani tra i 25 e i 29 anni, abbiamo un tasso di occupazione inferiore alla Grecia, siamo ultimi in Europa, sei punti sotto la Grecia. Anche nella fascia 30-34 anni abbiamo ugualmente un tasso di occupazione sotto la Grecia”.

Lo svantaggio delle italiane, secondo la chair del Women20, è anche da ascrivere al fatto che “in Italia non si è investito adeguatamente in infrastrutture sociali”, che “non sono mai state realmente in agenda. Noi avevamo un obiettivo sui nidi che era al 33% di copertura per i bambini 0-2 anni nel 2010, undici anni dopo siamo arrivati al 25%, e per di più come nidi pubblici siamo addirittura al 12%, con una legge istitutiva dei nidi pubblici del 1971″. Ancora, “abbiamo investito meno in sanità- ricorda- tant’è che abbiamo il 30% in meno di occupati rispetto alla media europea. In assistenza sociale la media europea in proporzione è del doppio dei lavoratori che abbiamo noi”. Tutti questi settori, compresa l’istruzione dove “siamo sottodimensionati”, sono “a prevalenza femminile tra i lavoratori. Conseguentemente- osserva Sabbadini- non investire adeguatamente in questi settori ha significato una penalizzazione gravissima per le donne”.

Secondo Sabbadini, “il fatto che le donne siano colpite più degli uomini è molto atipico. Di solito quantitativamente sono sempre stati gli uomini a essere colpiti di più, sia nella recessione degli Anni 90, sia nel 2008-2009, sia nel 2013, perché il cuore della crisi riguardava l’industria. Adesso il cuore della crisi riguarda di più i servizi- avverte- e, in particolare, servizi come la ristorazione, gli alberghi, i servizi domestici, dove la maggioranza sono donne. Donne con tempi determinati, con lavori precari e irregolari, che, quindi, hanno una maggiore difficoltà a essere difese con politiche del tipo del blocco licenziamenti o della cassa integrazione”, conclude.

IL 57% DEL RECOVERY PLAN IN GREEN E ICT PUÒ ESSERE BOOMERANG PER LE DONNE

“Bisogna utilizzare il Recovery mettendo, non a parole, la parità di genere come obiettivo strategico vero. Qui, però, c’è un primo problema che riguarda noi e la Commissione europea- spiega Sabbadini- La Commissione europea ha stabilito un vincolo: il 57% di stanziamento di questi fondi in particolare per quanto riguarda i settori green e ict, fondamentali per il presente e il futuro del Paese. Però, attenzione, noi sappiamo dai dati Istat che questi settori hanno una percentuale di presenza femminile molto bassa. Questo vuol dire che l’impatto che può avere questo 57% può essere fortemente penalizzante per le donne e può addirittura acuire la disuguaglianza di genere”.

Secondo Sabbadini “così come la Commissione ha stabilito che il 57% è un vincolo per i Paesi”, allo stesso modo “deve fornire linee e misure chiare che si possano adottare nei Paesi perché non ci sia un effetto squilibrante a svantaggio delle donne in questi investimenti. Stiamo parlando di una cifra enorme- osserva- una possibilità enorme di far crescere il nostro Paese, che deve farlo però in modo equilibrato e sanando il grandissimo squilibrio di genere che c’è all’interno del mercato del lavoro”.
Un impegno che non può essere gestito dai governi dei singoli Stati, conclude Sabbadini, ma “assieme alla Commissione europea”, pena il fatto che quel 57% possa trasformarsi in un vero e proprio “boomerang”.

NO AL MINISTERO DELLE PARI OPPORTUNITÀ SENZA PORTAFOGLIO

“C’è anche un problema politico. Da decenni c’è una sottovalutazione cronica della questione della parità di genere e della questione delle infrastrutture sociali. C’è bisogno di più donne al governo di questo Paese, della loro sensibilità e del loro approccio. Nel webinar ‘Manifesto donne per la salvezza-Half of it’, domenica scorsa, si è sottolineato con forza che il prossimo governo dovrà orientarsi su un 50 e 50. Le competenze femminili ormai esistono, il ministero Pari Opportunità non può essere più senza portafoglio”. È l’appello lanciato da Sabbadini, nel corso dell’audizione in Commissione Affari Esteri della Camera sul Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza).

“Se vogliamo fare in modo che il Recovery Fund sia un salto di qualità anche per le donne italiane e, non essendo soggetti svantaggiati ma la metà del Paese, sia conseguentemente un avanzamento per l’intero Paese e per la sua crescita- conclude Sabbadini- abbiamo bisogno anche di dare più potere a questo ministero delle Pari Opportunità, che possa incidere fortemente nelle scelte e nell’attuazione in ottica di genere del Recovery Fund“.

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