Lo stadio Flaminio come una bidonville, tra morte e spazzatura

La tragedia del clochard morto nella notte ha spinto l'agenzia di stampa Dire ad effettuare un reportage dentro l'impianto realizzato dall'architetto Antonio Nervi nel 1958
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ROMA – Lo stadio Flaminio come una gigantesca bidonville di cemento armato. Giacigli di fortuna tra i cespugli, locali fatiscenti trasformati in tuguri, un nauseabondo odore di urina in quelli che una volta erano gli ingressi per le curve. Spazzatura ovunque. E come in ogni bidonville del mondo anche allo stadio Flaminio si muore, da soli e nell’indifferenza generale. Come successo questa notte ad un senza fissa dimora, che dormiva in una piccola sotto la curva sud.
La tragedia ha spinto l’agenzia stampa Dire ad effettuare questo pomeriggio un reportage dentro l’impianto realizzato dall’architetto Antonio Nervi nel 1958. Le immagini parlano da sole: dove un tempo esultavano Rudi Voeller e Paolo Di Canio oggi resta solo desolazione, ruggine, murales, rifiuti sotto le tribune e locali usati da poveri disperati che ricordano tanto le favelas sudamericane.

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