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Sovversive e piene di speranza, largo alle croniste indiane dalit

india dalit
Intervista al regista del film-documentario 'Writing with Fire', che segue il lavoro di una redazione di giornaliste dell'ultima e discriminata casta del sistema induista
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ROMA – Da un lato una redazione di croniste indiane dalit, l’ultima e discriminata casta del sistema tradizionale induista, che portano avanti il loro progetto contro ogni stereotipo e stigma. Dall’altro, i temi dell’India di oggi, dalla violenza sulle donne alla libertà di stampa in pericolo passando per l’ascesa del partito nazional-induista del primo ministro Narendra Modi. Nel mezzo, a fare da testimone e da schermo, un cellulare, strumento principe del giornalismo digitale. C’è anche quest’immagine in ‘Writing with Fire‘, film documentario prodotto e girato da due registi e produttori indiani, Sushmit Ghosh e Rintu Thomas. La pellicola verrà proiettata oggi, domani e sabato all’Ex refettorio di Ferrara nell’ambito del festival della rivista Internazionale nella città emiliana.


L’agenzia Dire ne parla con Ghosh, che nel 2009 ha fondato con Thomas la società di produzione di documentari ‘Black Ticket Films’, di base a Delhi. “Siamo sempre stati attratti dalle storie alla ‘Davide contro Golia’” sorride il regista. “Dai gruppi di persone al margine della società che portano avanti una battaglia per il bene della loro comunità”. La battaglia in questione è quella di Khabar Lahariya, letteralmente “onde di notizie”, l’unica testata dell’India gestita da donne dalit, nello Stato settentrionale dell’Uttar Pradesh, il più popoloso del Paese.

Protagoniste del film sono le vicissitudini lavorative e quotidiane della caporedattrice Meera, della cronista Sudeeta e delle altre venti giornaliste che animano la redazione e che ne guidano anche la rivoluzione digitale. Fondata infatti nel 2002, a partire dal 2015 Khabar Lahariya si dota di canali social e YouTube – su quest’ultima piattaforma ha superato le 150 milioni di sottoscrizioni. La camera da presa segue tutta questa trasformazione, dalle riunioni di redazione ai corsi di formazione alle giovani croniste, inizialmente alle prime armi con il cellulare.


“La parte più affascinante – dice Ghsosh – è stata quella che ci ha permesso di seguire la vita quotidiana di queste donne, le negoziazioni che devono portare avanti per gestire la famiglia e intanto lavorare”. Secondo il regista, la pellicola ha colpito in modo particolare il pubblico femminile. “Tante professioniste – sottolinea Ghosh – si sono ritrovate perfettamente nello sforzo per andare avanti nonostante le aspettative familiari, le pressioni a mettere prima la famiglia“.


Il film mostra anche i mariti delle giornaliste; la cinepresa li intervista e li sollecita, tra iniziali diffidenze ma un sostanziale, anche se silente, sostegno al lavoro delle mogli. Secondo Ghosh, “si vede una totale sovversione dei ruoli tradizionali, sia nelle relazioni quotidiane che nelle priorità, perché per le giornaliste del nostro film il lavoro viene prima del focolare”.
Il film è stato presentato a numerosi festival, tra i quali il Festival internazionale del documentario a Milano, dove ha vinto il premio ‘Proiezioni dal mondo’. “Prima di presentarlo al Sundance lo abbiamo fatto vedere alle protagoniste”, ricorda il regista. “Eravamo molto ansiosi ma la proiezione è stata accolta da risate e applausi. Abbiamo approfittato poi della promozione per coinvolgere le giornaliste in forum e conferenze stampa”.


Secondo Ghosh, la storia della croniste “è stata anche una tela sulla quale abbiamo avuto modo di rappresentare alcuni grandi problemi dell’India“. La cinepresa segue la redazione di Khabar Lahariya mentre racconta e indaga su violenze sessuali ai danni delle donne dalit, sulle condizioni di vita dei minatori, sul difficile accesso alla giustizia dei senza casta. Le giornaliste documentano anche la campagna elettorale che nel 2019 porta alla riconferma del premier con ampio margine. Il regista si rammarica dell’ascesa del Bjp e delle sue posizioni “populiste”, convinto che “la prima vittima della loro esponenziale crescita è stata la libertà di stampa. Oggi – dice – si vedono sempre più media che lavorano apertamente a favore del governo“.


Le giornaliste intervistano anche un giovane leader della Hindu Yuva Vahini, un movimento di ispirazione nazionalista e conservatore fondato dell’ex monaco induista e attuale governatore dell’Uttar Pradesh, Yogi Adityanath. Ghosh sottolinea che questo Stato ha un rilievo particolare: “È il più popoloso, ci vivono oltre 200 milioni di persone e fornisce il maggior numero di posti in parlamento”.


A inizio 2022 nello Stato, così come in diversi altri, si vota. “Il destino di questa importante regione è in bilico”, dice il produttore, che ne mette in luce, in una prospettiva diacronica, anche gli aspetti più progressisti e portatori di speranza: “La storia dell’Uttar Pradesh non è fatta solo di gruppi estremisti, e forse potrebbe non stupire che un laboratorio come Khabar Lahariya sia sorto proprio qui” osserva Ghosh. “Per ben quattro mandati, tra il 1995 e il 2012, una politica Dalit, Mayawati, è stata governatrice”. Più in generale, continua il regista, “le istanze dalit sono sempre vive in India, basti pensare che l’uomo che è ritenuto il padre della nostra Costituzione, B. R. Ambedkar, era un dalit e ha lottato per la loro emancipazione”.


L’orizzonte, allora, non è fosco come potrebbe sembrare. “Questo desiderio di evoluzione trova ciclicamente una forma precisa con la quale si esprime, come è successo con il movimento Black Lives Matter e gli afroamericani negli Usa” dice Ghosh. “Ci sono tanti giovani leader, che usano anche i social per dare forza alle loro lotte: c’è molta speranza verso un futuro più giusto”.

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