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Caso Barakat, mamma Antonella: “Lo Stato non ha mai sentito la mia voce”

antonella caso barakat
Il piccolo Federico venne ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 con 37 coltellate durante un incontro protetto. Il 6 settembre l'organo ricevente della Commissione Cedu, formata da cinque giudici, deciderà sull'istanza di riapertura del caso
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ROMA – “Per me è fondamentale che venga capita l’importanza di prendere una posizione, affinché la sentenza di Federico venga rivista dai giudici Cedu, è una sentenza che colpisce tutti i bambini affidati allo Stato. Non solo i bambini italiani poiché, essendo europea, peserà su milioni di bambini di tutta Europa”.

Lo dice, nel corso di una conferenza stampa organizzata oggi presso l’Unione Donne in Italia (Udi), Antonella Penati, mamma di Federico Barakat, il bimbo di 8 anni ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 con 37 coltellate durante un incontro protetto, mentre era affidato allo Stato, all’interno di una struttura del Comune di San Donato Milanese. Penati aggiunge che “non si tratta più soltanto di Federico, non si tratta più soltanto della mamma di Federico, ma di tutta l’infanzia italiana ed europea e di tutte le madri, italiane ed europee”.

conferenza stampa barakat

Il 6 settembre l’organo ricevente della Commissione Cedu, formata da cinque giudici, deciderà sull’istanza di riapertura del caso, formulata da mamma Antonella e i suoi legali.
La mamma di Federico sottolinea che “solo il 5% delle richieste di riapertura da parte della Grande Camera viene accettato, una nuova discussione è molto difficile da ottenere e le ragioni si capiscono benissimo”.

Penati torna alla sentenza e la definisce “non solo orribile, ma scandalosa ed inaccettabile. I giudici che hanno preso questa decisione rappresentano, purtroppo, Paesi nei quali il concetto dei diritti dell’infanzia e la loro tutela trovano una scarsa applicazione. Sto parlando della Croazia, della Polonia, di Andorra, della Finlandia e, ahimè, dell’Italia, con il nostro giudice che, insieme a quello polacco, si è rivelato il più ‘selettivo'”.

Qualcosa di buono la signora Antonella, però la porta con sè. La mamma di Federico tiene infatti a ringraziare “il giudice Felici della Repubblica San Marino, giudice di un piccolo Stato che si è comportato da grande giurista, non tanto perché mi ha dato ragione ma perché esprimendo un’opinione a mio favore è andato contro gli altri suoi colleghi che hanno invece assolto lo Stato italiano“.

Sono passati 12 anni dall’omicidio di Federico. Mamma Antonella precisa che “il motivo per cui in tutto questo periodo ho cercato di dare giustizia a mio figlio è che la mia battaglia non era solo per lui, ma per tutti i bambini“, e racconta: “Nei giorni scorsi ho scritto al presidente della Cedu una lettera nella quale supplicavo per la riapertura. Una riapertura significherebbe che a decidere non sarebbero più cinque giudici ma tutti i giudici degli Stati membri”. La signora Penati ritiene infatti “assurdo che una sentenza di una portata così devastante e che ricade su tutti gli Stati europei non debba essere presa in visione anche dai giudici degli altri Stati, proprio perché, così com’è ora, impatta in modo totalmente negativo ed assurdo in senso giuridico, morale ed etico su tutti i bambini”.

La donna rivolge infine le proprie parole alla stampa: “Non fate calare il silenzio su questa sentenza, sarebbe un crimine contro i bimbi e contro le madri che subiscono violenza domestica“, conclude.

“Voglio sottolineare che non sono mai stata ascoltata da alcun giudice, né prima, né durante, né dopo. Lo Stato non ha mai sentito la mia voce, tranne in un’unica occasione: il 25 novembre 2017 sono riuscita a raccontare la mia storia alla Camera dei Deputati“, ha poi aggiunto mamma Antonella.

MAMMA ANTONELLA: “SENTENZA CEDU MI HA TOLTO STATUS DI VITTIMA”

“Con la sentenza Cedu si sono permessi di togliermi il mio status di vittima. Ai giudici della Cedu chiedo di spiegare ai loro figli, quando li guarderanno in viso, come abbiano potuto fare questo ed arrivare ad una sentenza così assurda. Come hanno potuto dire che ho perso il mio status di vittima? Sono qui che aspetto che il mio bambino mi venga restituito dallo Stato, possibilmente vivo, ma questo non è più possibile”. Mamma Antonella aggiunge che “come Presidente dell’Associazione ‘Federico nel cuore’, che ho costituito dopo la morte di mio figlio, ribadisco che forse la violenza sulle donne non è solo un fattore culturale. L’uccisione di donne e bambini è anche un problema di magistratura”. Penati racconta: “Il giorno in cui è stata emessa la sentenza Cedu, tutto il Parlamento, con il Presidente della Repubblica, era schierato per festeggiare la Convenzione di Istanbul. Contestualmente, dunque, è arrivata la sentenza, la cui memoria difensiva, scritta contro di me dallo Stato italiano, è stata scritta da una magistrata che, in quell’occasione, era il nostro co-agente alla Cedu. La stessa magistrata che, nello stesso giorno dell’11 settembre, data in cui il Governo si riunì per la Convenzione di Istanbul e Cedu emendò la nostra sentenza, attuò il trasferimento coatto del bambino di Pisa“. Secondo la signora Antonella, dunque, “il problema è anche la struttura del nostro sistema giuridico, dei magistrati chiamati a decidere sentenze e cause dove c’è la presenza di una donna che subisce violenze domestiche ed il suo bambino. Non è, dunque, solo una questione di cultura del maschio ma anche di formazione e cultura dei sistemi posti in essere per la protezione delle donne, servizi sociali e, soprattutto la magistratura“. Penati sottolinea che “i magistrati devono cominciare a tornare a fare legge, ad agire non come dei super eroi e non rendere la giustizia un colabrodo dove vengono calpestati i diritti, sia quelli costituzionali che quelli umani”. La mamma di Federico Barakat si augura di incontrare la ministra della Giustizia, Marta Cartabia “per chiederle che almeno i processi in cui è presente la violenza su donne e bambini non subiscano il rito abbreviato. È giusto avere un processo corto e semplice ma bisogna ascoltare i testimoni, bisogna ascoltare le vittime”, conclude.

L’AVVOCATO SINICATO: SENTENZA CEDU MANIFESTA VUOTO NORMATIVO

“La sentenza manifesta un vuoto normativo, un’incredibile voragine di logica giuridica. La posizione di garanzia nei confronti della sicurezza e della vita di un minore non può avere momenti di sospensione: fintanto che il bambino è minorenne ed è affidato necessariamente a qualcuno, quel qualcuno ha una funzione di garanzia. E quel qualcuno può essere rappresentato dalla scuola, dai genitori o da qualcuno che risponda della sicurezza del bambino, che deve sempre esserci, tranne che in questo caso, tranne quando si parla dello Stato e dei suoi gangli”. Lo dice, nel corso di una conferenza stampa organizzata oggi presso l’Unione Donne in Italia (Udi), l’avvocato Federico Sinicato, legale di Antonella Penati, la mamma di Federico Barakat.

Sinicato torna indietro di 12 anni e racconta che “fin dal primo momento la Procura della Repubblica di Milano, che inizia le indagini subito dopo la morte di Federico, non crede alla possibile responsabilità di altri che non sia il padre del bimbo. Esclude, dunque, che ci possano essere responsabilità di terzi rispetto all’omicida“.

L’avvocato prosegue spiegando che “questo avviene perché la Procura non crede ci possa essere una falla nel sistema. Quello che è alla base dell’ingiustizia sostanziale che Federico ed Antonella subiscono ancora oggi è l’assoluta e radicata decisione dello Stato italiano, nei suoi gangli istituzionali, che non possa esserci una falla nel sistema. Il ragionamento è: abbiamo un sistema di assistenti sociali, di tribunali per i minori, di giurisprudenza che fa il proprio mestiere, dunque non disturbate il manovratore. Tanto è vero che la Procura della Repubblica chiederà l’archiviazione della denuncia presentata da Antonella. Denuncia che, come ribadito nel ricorso alla Cedu prima e ora alla Grande Camera, è una denuncia aperta, perché Antonella non può sapere e valutare materialmente chi, in quel momento, possa aver avuto la colpa di quello che è accaduto. Ma dice una cosa palese: mio figlio era vivo con me, l’avete preso voi, l’avete portato via contro la mia volontà, me lo riconsegnate morto e nessuno è responsabile?“.

L’avvocato aggiunge che “è un problema che deve risolvere la Repubblica di Milano, è lei che è deputata a stabilire se le colpe e le responsabilità siano degli assistenti sociali, del Tribunale per i minori, della mancanza di coordinamento tra i Carabinieri, di quella tra i Servizi sociali ed il Tribunale”. Il legale della signora Penati parla così di “vulnus nell’intera vicenda: la Procura rifiuta di ammettere che ci possano essere ulteriori colpe rispetto all’atto omicida. E così si crea un ‘doppio binario’ di chi non crede ad una possibilità della falla nel sistema e di noi che, invece, insistiamo a segnalare che questa falla esiste, proprio perchè non è ammissibile che il bambino sottratto alla madre subisca un fatto di tale gravità nelle mani dei funzionari dello Stato senza che qualcuno ne risponda”

Sinicato informa che “il primo grado ribadisce che i tre funzionari dello Stato, ossia le due assistenti sociali e l’educatore, non hanno alcuna responsabilità, perché non era stato dato loro il compito di tutelare la sicurezza e la vita di Federico ma unicamente quello di organizzare gli incontri che, però, sarebbero dovuti avvenire in protezione e sicurezza”.
La Corte d’appello dà, invece, parzialmente ragione ai legali di Antonella Penati ma la Cassazione si pronuncerà contro, tornando a parlare della mancanza della ‘posizione di garanzia’, cioè la mancanza di un trasferimento dell’onere di tutelare la sicurezza di Federico, un trasferimento dalla mamma agli assistenti sociali, ai servizi sociali. L’avvocato di mamma Penati ribadisce infine che si tratta di “una vicenda tragica, dolorosa e drammatica e anche per questo voglio testimoniare ad Antonella tutta la mia vicinanza, anche dal punto di vista umano. Ancora oggi mi è incomprensibile come nessuno abbia voluto o potuto dare giustizia a questa donna”, conclude.

L’AVVOCATO NASCIMBENE: “IL 6 LA GRANDE CAMERA DIRÀ SI O NO AL RICORSO”

“La fase attuale è quella della pendenza davanti al Comitato della Grande Camera della nostra richiesta di revisione della sentenza emessa dal panel della Camera l’11 maggio scorso. È stato detto più volte che si tratta di una richiesta che incontra numerose difficoltà e la pronuncia del panel della Grande Camera, composto da cinque giudici e presieduto dal Presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, è una pronuncia per un sì o per un no, una pronuncia ‘secca’ che non ha, e non avrà anche nel nostro caso, alcuna motivazione. È confermato che si esprimerà il 6 settembre”. Lo dice, nel corso di una conferenza stampa organizzata oggi presso l’Unione Donne in Italia (Udi), l’avvocato Bruno Nascimbene, legale di Antonella Penati. Nascimbene precisa che “questo significa che si tratta di una accettazione o meno che la Grande Camera, composta da 17 giudici, possa riesaminare il caso nel suo complesso”. L’avvocato prosegue spiegando che “la sentenza della Camera è composta da due parti, una di carattere sostanziale ed una di tipo procedurale. Il primo profilo è quello in cui vengono esaminati quali siano le misure che sono state adottate, o che avrebbero dovuto essere adottate, per proteggere la vita di una persona, in questo caso la vita di Federico. Quindi quali sono gli obblighi che lo Stato avrebbe dovuto assumere, quali azioni soprattutto di carattere preventivo lo Stato avrebbe dovuto assumere per proteggere la vita del bambino. Il secondo profilo è quello in cui ci si interroga sulla efficacia delle azioni, delle indagini, del processo, quindi l’efficacia delle procedure seguite ed attivate nel caso specifico. Cosa hanno fatto le autorità italiane, sia quelle di polizia sia quelle giudiziarie, per rendere giustizia alla ricorrente e per proteggere effettivamente la vita della persona”. Il legale della signora Penati aggiunge: “Sul primo profilo abbiamo avuto una sentenza di inammissibilità del ricorso, fondata sul presupposto che la persona che ricorre alla Corte europea sia ‘vittima’, una ‘qualità’ persa dalla signora Penati nel momento in cui ha accettato una soluzione transattiva per un importo pari a 50.000 euro, somma ritenuta elevatissima e più che soddisfacente. Dal punto di vista procedurale, invece, abbiamo avuto una pronuncia di ricevibilità che si è conclusa a maggioranza”, conclude.

TOLA (UDI): “UN CASO SISTEMATICAMENTE MINIMIZZATO”

“L’Alta Corte dovrà decidere entro pochi giorni e dunque rivolgo un appello a tutti per capire cosa stia per accadere, per prendere parola e per dimostrare finalmente solidarietà su un caso non solo sorprendente e feroce ma anche oggetto di una minimizzazione sistematica”. Lo dice la Presidente dell’Unione Donne in Italia, Vittoria Tola.

Tola aggiunge che “si tratta di una minimizzazione che si sta in parte recuperando ma non abbastanza, perchè la mancata risposta al diritto dei bambini di essere protetti dallo Stato proprio in audizione protetta ci è sembrata assolutamente immediata quando abbiamo avuto la notizia di questa enorme tragedia. E man mano sono emersi gli elementi che l’avevano provocata e il modo in cui lo Stato reagiva: dagli assistenti sociali al Comune di San Donato fino alla Procura di Milano e, soprattutto, al fatto di non aver mai voluto sentire in audizione la madre di Federico, che pure aveva denunciato sistematicamente”. La presidente dell’Unione Donne in Italia si dice convinta di essere di fronte ad “una voragine giuridica, ma anche di logica e di pregiudizi, perché il pregiudizio fondamentale è proprio quello di aver pensato che il diritto all’incontro con un padre violento, già denunciato e con tutte le caratteristiche per essere ritenuto pericoloso, è stato invece considerato un elemento assolutamente inutile e non meritevole di importanza”. Vittoria Tola afferma infine che “in tutti questi anni abbiamo assistito a grandi cambiamenti relativi alle norme e alle valutazioni culturali, in particolare riguardo alla bigenitorialità, al diritto delle madri e dei padri, anche quelli che fanno violenza domestica contro le madri e contro i figli. È come se, anche nonostante questi cambiamenti giuridici, ci trovassimo sempre davanti ad un continuo inizio da zero“, conclude.

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