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No, non è una guerra di religione

di Barbara Varchetta, Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali
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di Barbara Varchetta,  Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali

“Non è una guerra di religione”, così Papa Francesco intende sgombrare il campo da inutili ed infondate dietrologie relative agli attentati terroristici di matrice islamica che ormai da troppo tempo colpiscono le zone più diverse del mondo.

Diversamente da quanto sostenuto da Samuel Huntington nel suo celebre saggio “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” in cui il politologo preconizzava che “la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale…”, la buona parte degli storici e degli studiosi delle società moderne concordano su come, oggi più che mai, appaia riduttivo e forviante relegare al mero scontro ideologico ed alle diversità di cui ogni cultura è intrisa un fenomeno tanto diffuso e così articolato qual è il terrorismo.

La tesi più accreditata è quella secondo la quale la vera guerra si stia combattendo all’interno dello stesso mondo islamico al fine di influenzare e ridisegnare gli equilibri nell’area in cui insiste la presenza più radicata dell’Isis: il numero di attentati che quotidianamente si verificano nei territori musulmani, causando la morte di centinaia di islamici, conferma che l’obiettivo primario dello scontro non risiede nel conflitto di civiltà bensì nelle velleità egemoni di una parte dell’Islam radicale.

Tuttavia non può non evidenziarsi come una pluralità di attentati abbia colpito anche l’Europa e l’Occidente e come, al netto delle tante analisi sul profilo psicologico degli attentatori, sul loro disagio esistenziale e sulla capacità pervasiva dell’Isis di insinuarsi nelle vite di soggetti già fortemente a rischio o mentalmente compromessi, tali attacchi cruenti siano stati ascritti alla furia vendicatrice dell’Islam che fortemente condanna l’approccio laico della nostra cultura.

Ma c’è dell’altro: il messaggio che i fondamentalisti intendono veicolare attraverso tali barbarie mira ad obbligare i governi democratici a disinteressarsi delle problematiche interne all’Islam, pretendendo così di liberare quei territori (e gli enormi interessi economici ad essi sottesi) dagli appetiti occidentali…progetto tanto ambizioso quanto irrealizzabile.

Per una serie di ragioni, infatti, gli Stati in questione non potranno mai rinunciare al controllo di quelle aree a meno di non voler dipendere economicamente (più di quanto già non facciano) da governanti scellerati e scostanti, mettendo a rischio la sopravvivenza ed il benessere dell’intero Occidente.

Certo è che esistono diversità oggettive tra le varie culture e che sempre più difficilmente esse tenderanno ad assottigliarsi: il mito del multiculturalismo perfetto è destinato a svanire e, con le debite eccezioni, diventerà sempre più probabile che una comunità musulmana in territorio europeo si chiuda difendendo le sue origini e le sue peculiarità piuttosto che far proprie le caratteristiche e la cultura del Paese che la ospita.

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