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Giornalismo, basta clickbait: il documentario ‘Slow news’ e l’informazione sostenibile

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Il documentario racconta la storia del progetto ‘Slow News’, nato dall’idea di un gruppo di giornalisti italiani
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di Pietro Battaglia

ROMA – “Dopo un’ora leggi tutto il contrario di una notizia”. Oppure “il giornalista viene pagato 5 euro a pezzo, non esiste sostenibilità economica”. E poi “Non ho fiducia nella stampa, l’unico scopo è fare click”. Queste le voci dei lettori interpellati dai protagonisti del documentario ‘Slow News’, presentato al Nuovo Cinema Aquila di Roma da Andrea Spinelli Barrile, giornalista e cofondatore di ‘Slow News’, progetto editoriale che ha scelto di proporre un’alternativa all’attuale modello di informazione, dando così esclusiva priorità a contenuti più approfonditi e qualitativamente elevati, basandosi sulle donazioni dei lettori. Lettori che si dicono assediati dall’enorme mole di notizie pubblicate quotidianamente sui giornali e sui siti di informazione e che sono costretti a destreggiarsi in un mondo che ha come cavalli di battaglia la quantità e l’esigenza di produrre click.

“Quest’anno- sostiene il giornalista che è anche uno dei protagonisti del documentario- l’informazione è stata interamente dedicata alla pandemia e ha prodotto un bubbone che si è gonfiato enormemente fino ad esplodere. L’ambizione dell’attuale giornalismo è soltanto quella di arrivare primi su una notizia, producendo in questo modo un modello economicamente non sostenibile. ‘Slow News’ è una piccola realtà editoriale che si fonda sulla sostenibilità e che soprattutto paga il giusto le persone che lavorano, mantenendo prolifico il rapporto con i lettori. Questo film vuole dare un messaggio di speranza: può esistere ancora un giornalismo ‘lento’ che potrà imporsi su quello delle fake news e del clickbait”.

Il documentario racconta proprio la storia del progetto ‘Slow News’, nato dall’idea di un gruppo di giornalisti italiani desiderosi di proporre un’informazione sostenibile, non più basata sulla rapidità della notizia bensì sulla sua qualità. È proprio Andrea a venire tagliato fuori per primo dall’editore per cui lavorava il quale gli chiedeva di fare più click possibili. “A un certo punto- afferma nel film- ho sentito il bisogno di rallentare. Insieme ad altri colleghi giornalisti ho condiviso questa esigenza dando vita a una realtà che si muove sulla stessa lunghezza d’onda del movimento culturale ‘Slow Food’”.

“Oggi la notizia non ha più valore. Per questo motivo non viene spesso verificata e in più occasioni vengono fornite al lettore versioni contrastanti”. Questa la tesi sostenuta da una giornalista intervistata durante il documentario che prova a dimostrare questo assunto: la news non ha alcun valore in termini qualitativi. Per questo urge prevedere un giornalismo sostenibile e più ‘slow’.

Il documentario, guidato dalla regia di Alberto Puliafito e girato tra l’Europa e gli Stati Uniti, in un viaggio che parte dalla provincia di Milano per arrivare fino in Oregon, è stato già presentato in anteprima mondiale al Thessaloniki Documentary Festival, ha vinto il premio del pubblico come Miglior Documentario al Glocal Film Festival e si è aggiudicato inoltre la targa del Festival Internazionale del Cinema di Salerno. Il film, uscito nel 2020, è stato distribuito in oltre dodici Paesi tra Europa, America e Africa e ieri per la prima volta è stato presentato a Roma.

SPINELLI BARRILE (SLOW NEWS): “INFORMAZIONE DOMINATA DA ECOSISTEMA TOSSICO”

“Il mondo dell’informazione è alla continua ricerca dello scoop che spesso non si rivela tale. Questo atteggiamento produce così una bolla che si gonfia continuamente e che manda in confusione i lettori. La sovrapproduzione di contenuti crea, dunque, un ecosistema tossico al quale ‘Slow News’ prova a porre rimedio, proponendo un’alternativa al clickbait”, spiega Andrea Spinelli Barrile alla Dire.

“Il progetto ‘Slow News’- racconta- nasce da una duplice esigenza: la necessità di mantenere viva la memoria del nostro lavoro e la volontà di perseguire un livello di informazione qualitativamente alto. Occorre dare centralità al lettore che ha bisogno di comprendere quello che succede. Il rapporto con i lettori richiede molto tempo. È fondamentale creare una relazione che vada al di là di una semplice risposta a una e-mail. È un rapporto che si deve costruire passo dopo passo. Il nostro progetto, dunque, è in costante evoluzione e questo lo si vede anche nel film: tutto parte da una birra con degli amici e si evolve in un viaggio stratosferico. Noi vogliamo goderci la strada e ci lasciamo guidare”.

IL GIORNALISMO MAINSTREAM È INSOSTENIBILE

“Il giornalismo mainstream europeo- sottolinea- ha un grave problema: la sostenibilità economica. Si fa fatica a fare questo tipo di giornalismo in quanto non si ha più la possibilità di mandare inviati sul posto e le notizie devono essere sempre rincorse. Si tratta di una mole di lavoro insostenibile per l’editore che non riesce a sostenere le spese. Per quanto riguarda il giornalista sostengo che un lavoro simile ti manda fuori di testa in termini di salute mentale e fisica e a lungo andare questa metodologia potrebbe diventare insostenibile. Il giornalismo non mainstream, invece, prova a proporre delle strade diverse. Ci sono tantissimi progetti in Europa. Mi viene in mente ‘Europe Now’, un piccolo giornale belga che ha una community di lettori molto solida che si occupa principalmente di argomenti interni alle istituzioni europee. È una realtà editoriale perfettamente sostenibile che non vive solo di fact-checking ma manda i giornalisti sul posto, approfondendo temi settoriali”.

A che punto è invece il giornalismo italiano? Secondo Andrea Spinelli Barrile “il giornalismo del nostro Paese ha problemi oramai cronicizzati. In Italia si aggiunge una ulteriore difficoltà rispetto agli altri Paesi europei: l’assenza di sostenibilità economica in termini di contratti giornalistici che garantiscono tutele per i lavoratori ma di fatto non possono essere sostenuti dai piccoli editori che spesso non riescono a sorreggere le loro realtà editoriali”.

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