lunedì 10 Agosto 2026

Alan Stivell all’Olympia di Parigi, trionfo per il mito bretone

Tra i capostipiti del folk e della musica celtica, l'artista 82enne è ritornato sul palco parigino

PARIGI – Ha attraversato 60 anni di musica, si è inventato l’accesso internazionale alla musica bretone e celtica, ha fatto diventare l’arpa uno strumento diffuso anche nelle arene del rock: ed ora, a 82 anni compiuti, Alan Stivell è ritornato sul palco dell’Olympia di Parigi per godere del meritato trionfo che si attribuisce ai miti. Quando si parla di folk e di musica celtica, il nome di Alan Stivell emerge tra i capostipiti. È forse lui, insieme a Paddy Moloney degli irlandesi Chieftains, ad aver reso ‘internazionale’ un linguaggio sonoro ‘acustico e popolare’ che fino alla metà degli anni Sessanta aveva per lo più conosciuto il folk degli americani, Woody Guthrie, Pete Seeger, Joan Baez e Bob Dylan in testa. Poi, tra il ’62 e il ’67, si sono affacciati sulla scena gli outsider europei e con Moloney, Stivell e Ashley Hutchings (con i suoi Fairport Convention) la musica sdoppia il suo baricentro. Diffusore indiscusso del folk bretone, dagli anni ’60 Stivell ha attraversato il mondo, sia per migliaia di concerti, che per centinaia di collaborazioni nobili, tra cui quella con Angelo Branduardi (il musicista di Cuggiono l’ha sempre citato come suo riferimento), Kate Bush, Youssou’NDour, Robert Plant e Jackson Browne.

IN APERTURA DI SERATA BLOWING IN THE WIND DI BOB DYLAN

Senza dimenticare che Stivell, polistrumentista, ha da tempo inglobato nei suoi dischi suoni e ritmi provenienti da tutto il mondo, facendosi stimolare come Ry Cooder dai ritmi e dalle sonorità piú differenti, musica elettronica inclusa. Ne consegue che la scaletta della serata dell’artista bretone all’Olympia vede minuto dopo minuto crescere la musica ed il suo impatto sonoro, seguendo il miscelarsi di citazioni e memorie. Il musicista si presenta sul palco da solo con l’arpa e propone in apertura di serata Blowing in the Wind di Bob Dylan, forma chiara per ribadire sulle guerre ciò che è stato già autorevolmente detto nei primi anni ’60. Seguono poi citazioni da Marianne Faithfull (The First Time Ever I Saw Your Face) e dall’orgogliosa tradizione irlandese (Foggy dew). Ma nel prosieguo della serata in oltre due ore di musica ed emozioni, Stivell viene raggiunto in scena da altri nove musicisti, a popolare un palcoscenico in cui il suono bretone si mescola con la musica da camera, il jazz si interseca con la world music, il francese si alterna all’inglese e ai linguaggi celtici che accomunano Bretagna e Scozia, Galizia e Cornovaglia, Irlanda e Galles.

SYMPHONIE CELTIQUE-TIRNANOG

Il centro del concerto rimane la proposizione quasi integrale dell’opera più importante di Stivell: la Symphonie Celtique-TirNanOg, un progetto ambizioso realizzato nel 1979 e diventato uno dei riferimento immortali dell’intera world music. Nei movimenti di questa sinfonia bretone (Beaj, Loch, Gouel, Imram) emerge l’assoluta contemporaneità di un esperimento artistico: far emergere i valori legati a leggende, spiritualità, tradizioni, umanità, armonia e melodie di una terra, quella della Bretagna, che viveva a metà strada tra il continente e l’oceano, che vive ancor oggi ancorata a storie di cavalieri e di navigatori, dove si parla una lingua ancestrale e si beve sidro come in tutti i territori di origine celtica. E a queste storie e tradizioni non intende rinunciare. Con orgoglio e convinzione.

LA BRETAGNA

In un’intervista rilasciata nei giorni scorsi proprio su questi argomenti, Stivell ha dichiarato: “Trovo folle questo pensiero francese, questa paura irrazionale di vedere la sua sopravvivenza minacciata dalle sue minoranze nazionali, questa fragilità nell’ammettere che la maggioranza dei cittadini, indigeni o immigrati, possiede una doppia cultura…Ricordiamo che la Bretagna si trova a cavallo tra la Francia e il mondo celtico, che la sua lingua trasmette altre sottigliezze, altri immaginari, altre idee oltre al francese. Queste minoranze sono una ricchezza. Non siamo troppi popoli, né troppe culture, per contribuire all’emergere di un mondo migliore e più equo”.

L’ULTIMO ALBUM DI STIVELL È DEL 2018

E infatti la conclusione è lasciata all’inno bretone (o meglio, come dice Stivell: “L’inno della nazione bretone”), Bro Gozh ‘ma Zadou, L’antico paese dei miei padri: “Bretagna, terra di antichi santi, terra di bardi: non c’è altro paese che io ami cosí tanto”. È un momento quasi sacrale, e Stivell lo intona con la sola voce, seguito in coro dal pubblico. Chitarre elettriche e bagpipes (che in bretone si chiamano pib-ilin e vedono l’interpretazione di un virtuoso, Brewen Favreau), violoncelli e batterie, arpa celtica e voci ancestrali: la magia del concerto di questo energetico 82enne è un’epifania sublime nell’epoca del già visto e del non-piú-emozionante. L’ultimo album di Stivell risale al 2018, Human: speriamo che il cantore folk trovi presto tempo e voglia per proporre nuove musiche e nuove canzoni.

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