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Bangladesh, dalla strage del Rana Plaza nascono i sindacati FOTO e VIDEO

"Bene le riforme. Ma sulla sicurezza sul lavoro siamo indietro"
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ROMA – “Dopo il Rana Plaza è emersa una nuova consapevolezza tra i lavoratori: il diritto ad organizzarsi. Prima, questo non veniva consentito da parte del governo. Ma grazie alle pressioni esercitate sia da movimenti interni al Bangladesh che dalle campagne internazionali, il Governo ha aperto a questa possibilità e oggi si contano circa 300 organizzazioni sindacali e sigle di categoria che si battono per luoghi di lavoro più sicuri e diritti”. Ne è convinto Amirul Haque Amin, figura di punta della rappresentanza sindacale in Bangladesh in quanto direttore dell’IndustriAll Bangladesh council (Ibc), Presidente della National garment workers federation (Ngwf), segretario generale della National workers fedaration (Nwf), e membro di altre sigle tra cui il Comitato per il coordinamento per l’educazione dei lavoratori dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Nccwe-Ilo).

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L’Ibc peraltro è la più larga sigla per l’industria dell’abbigliamento, comparto che fa salire il Bangladesh al secondo posto per esportazioni a livello mondiale, subito dopo la Cina.


Lunedì scorso ricorreva il quarto anniversario del crollo del Rana Plaza, riaprendo l’annoso dibattito sul rispetto dei diritti dei lavoratori che, secondo la testata bengalese ‘Daily Observer’, pur riconoscendo gli sforzi profusi dal governo di Dacca, devono ancora affrontare “condizioni terribili”.

Anche Amin all’agenzia DIRE riconosce che, a fronte di progressi importanti, la situazione non è buona. “All’indomani del Rana Plaza vennero aumentati anche i salari minimi, ma questo non è ancora sufficiente”.

Tra i paesi del Sud dell’Asia, il Bangladesh “è un posto sicuro per i lavoratori, se comparato al Pakistan o al Nepal, che non lo sono assolutamente. Ma se guardiamo all’India, quello è un paese più sicuro del nostro”.

Alcuni scatti dal Bangladesh

LA STRAGE

Il 24 aprile del 2013, il Rana Plaza collassava, uccidendo oltre 1.500 persone e ferendone 2.500. Divenne così il simbolo dello sfruttamento dei colossi stranieri dell’abbigliamento, che trovano conveniente spostare qui la produzione per via del costo del lavoro molto basso e una scarsa applicazione di norme e regolamenti. La tragedia del 2013 servì paradossalmente a portare alla luce questa situazione: dopo l’incidente si scoprì che non esisteva un elenco ufficiale dei marchi che producevano all’interno della struttura.

Inoltre questo edificio di otto piani – che oltre alle fabbriche, ospitava anche negozi, appartamenti e una banca – non era stato costruito a norma di legge: i morti si registrarono soprattutto fra gli operai, gli unici a non essere stati evacuati.

I sindacati come quelli di Amin oggi lavorano quindi “per chiedere maggiore trasparenza e sicurezza sul lavoro”, attraverso varie attività: “riunioni tra i lavoratori, campagne di sensibilizzazione e manifestazioni per ottenere tavoli di dialogo con istituzioni o imprenditori”.

IL PAESE

Il Bangladesh, coi sui 160 milioni di abitanti, è un paese in fortissima crescita economica. Il Prodotto interno lordo negli ultimi due decenni è stato in media del 6% ogni anno.

Alcuni scatti dal Bangladesh

Grazie all’aumento dei posti di lavoro e all’ampliamento della classe media – che ha fatto da traino ai consumi – anche la povertà estrema si è ridotta, passando secondo la Banca mondiale dal 56,6% del 1992 a circa il 32% del 2010.

L’industria dell’abbigliamento è il settore di punta, contribuendo del 19% al Prodotto interno lordo: solo nel 2012 ha prodotto valore per 19,5 miliardi dollari. Ma la mancanza di modernizzazione e diversificazione dell’economia – che vede in testa l’agricoltura e il tessile – assieme alla scarsa regolamentazione, fanno sì che questa crescita non crei benessere diffuso ed equilibrato: il salario medio di una persona ad esempio si aggira intorno ai 3.600 taka mensili, l’equivalente di 63 euro: una cifra insufficiente al costo della vita, che invece è di circa 75 euro al mese.

LE LEGGI SUL LAVORO

Nel 2006 il governo è intervenuto con una riforma del codice del lavoro – il Labour welfare foundation act – che in 25 articoli cercò di ridefinire i diritti e i doveri di imprenditori e lavoratori. Per molti analisti rappresentò certamente un punto di svolta. Venne introdotto ad esempio l’obbligo per i datori di lavoro di firmare una lettera di assunzione per ogni dipendete, mentre il congedo per maternità nel privato venne esteso da 12 a 16 settimane.

Ma la novità più importante è stata la creazione di una apposita commissione per il salario minimo, che ridefinisce questo dato periodicamente in base alle fluttuazioni del costo della vita e d’accordo con imprenditori e sigle sindacali di categoria. Norme che, secondo gli esperti, vengono però rispettate raramente: molti bengalesi oggi sono sottopagati oppure ricevono lo stipendio in ritardo. Ad alcuni non viene garantita nessuna tutela, e i luoghi di lavoro spesso sono insalubri o insicuri (soprattutto gli opifici che impiegano tinte ed altri prodotti chimici che causano intossicazioni o incendi). Alle donne poi capita di subire discriminazioni “perfino nel settore pubblico”, indica il noto sindacalista bengalese. Che aggiunge ancora: “Nel pubblico il congedo per maternità è di sei mesi, mentre purtroppo nel settore privato – compresa l’industria dell’abbigliamento – è di soli quattro mesi. Quindi noi chiediamo parità di trattamento”.

Alcuni scatti dal Bangladesh

Inoltre i loro salari sono inferiori a quelli degli uomini del 21%.

Nel 2011 Dacca ha messo in atto un piano per facilitare l’accesso allo studio, al mondo del lavoro e per alleviare la povertà tra le donne. Ma anche qui per gli esperti i risultati sono ancora troppo scarsi. Il limite maggiore del Labour Act è che disciplina solo alcuni settori – circa una quarantina oltre alla manifattura della moda – che paradossalmente occupano solo una piccola parte della forza lavoro. Ad andare per la maggiore è il settore informale: l’87% dei bengalesi sono contadini, pescatori, operai, facchini, venditori ambulanti, conducenti di tuctuc e risho, sarti, calzolai, cuochi e camerieri.

Tutti mestieri completamente fuori dal raggio d’azione della legge, o a cui non viene riconosciuto il diritto ad avere sindacati di categoria.

Per rimediare in parte al problema, il 23 aprile scorso il Governo di Dacca ha inaugurato un fondo previdenziale provvisorio per tutte queste professioni rimaste fuori dal Labour Act. Stando alle fonti asiatiche, in una prima fase il piano raggiungerà 100mila persone, ma il governo è consapevole che in lista d’attesa ce ne sono decine di milioni.

IL LAVORO MINORILE

Un altro grande problema è rappresentato dal lavoro minorile, composto da 5 milioni di bambini sotto i 14 anni, la soglia minima stabilita dal Labour Act.

Alcuni scatti dal Bangladesh

In un paese in cui il 31,5% della popolazione vive ancora con meno di 2 dollari al giorno – secondo dati della Banca mondiale del 2010 – spesso anche ai bambini molto piccoli viene chiesto di aiutare le famiglie, e nel vasto settore dell’informale trovare posto non è difficile.

Ma non mancano neanche nelle industrie, nell’agricoltura o nel settore delle costruzioni, un settore particolarmente in crescita.

E i minori vengono pagati meno, a fronte di 12 ore lavorative al giorno. Non è raro, passeggiando per le strade di Dacca, o percorrendo le vie che attraversano le vaste aree rurali, trovare fabbriche di mattoni a cielo aperto o cantieri in cui le impalcature sono costituite da assi di legno intrecciate, in cui gli operai lavorano senza adeguate protezioni, in equilibrio precario sui trabattelli.

“Il governo dovrebbe fare di più per garantire la sicurezza di quei lavoratori, così come dovrebbero fare le società edili”, suggerisce Amirul Haque Amin. In caso di infortunio o decesso, al lavoratore e/o alla sua famiglia spetta un risarcimento, così come previsto dal Labour Act.

LE NOVITA’

Buone notizie anche da Bruxelles: dopo le esortazioni di organizzazioni internazionali come Clean clothes campaign, che a metà febbraio ha chiesto all’Unione europea di rivedere l’accordo commerciale con Dacca per evitare lo sfruttamento dei lavoratori, giovedì il Parlamento ha adottato una risoluzione per incoraggiare il Consiglio ad azioni mirate a difesa dei diritti dei lavoratori del tessile e dell’abbigliamento di tutto il mondo, e “per evitare che tragedie come quella del Rana Plaza si ripetano”. Si incoraggia quindi l’introduzione di obblighi di trasparenza sulla filiera produttiva, la preferenza da parte dei Paesi Ue dei marchi che rispettano i lavoratori e l’ambiente, ed etichette sui vestiti che indichino “l’impatto sociale della produzione”.

“Un altro effetto positivo del Rana Plaza è stata la creazione di consapevolezza tra i consumatori sull’origine e le modalità di produzione dei vestiti che indossano”, sottolinea Amirul Haque Amin. “In Occidente hanno dovuto guardare in basso, alle radici della filiera. La pressione esercitata dai sindacati nazionali e dai movimenti internazionali a spinto il governo ad agire”.

Per il ‘Daily Observer’ quindi se lo Stato facesse di più per applicare il Labour Act e investisse in formazione – includendo di più le donne e le fasce più svantaggiate – il paese ne guadagnerebbe anche in termini di crescita economica. Ad esempio, i minori lavoratori che non varcheranno mai la soglia di un’aula scolastica, o non potranno completare gli studi, faranno sì che analfabetismo e scarsa formazione restino elevati, frenando potentemente lo sviluppo.

Il quotidiano ricorda che anche grazie alla creazione dell’organo che vigila sui salari di base 500 prodotti hanno visto un aumento della produzione a livello nazionale, poiché sono cresciuti i consumi interni. Ogni anno fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro 1,8 milioni di nuovi giovani: stimolare nuovi settori per la creazione di impiego e vegliare sul rispetto delle norme diventa cruciale per sfruttare questo incredibile capitale umano, e favorire una crescita sana.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

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