Nel Venezuela in quarantena senza tamponi né benzina

Ignazio Pollini parla con l'agenzia Dire a due settimane dall'entrata in vigore delle restrizioni dovute al coronavirus
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ROMA – “I venezuelani, di solito molto espansivi, negli ultimi tempi avevano gia’ cambiato comportamenti: la paura della delinquenza comune e della violenza del gruppi paramilitari aveva spinto tante persone a evitare di uscire. Insomma, siamo abituati”. Ignazio Pollini parla con l’agenzia Dire a due settimane dall’entrata in vigore delle restrizioni dovute al coronavirus. Nativo della provincia di Brescia, vive in Venezuela da oltre 30 anni. Gli ultimi 12 li ha trascorsi come coordinatore locale della ong Comunita’ impegno servizio volontariato (Cisv). Si occupa soprattutto di progetti nel campo dell’educazione dei bambini e dei giovani.

Oggi la sua base e’ Merida, 450mila persone nel cuore della cordigliera andina, a poca chilometri dal confine con la Colombia. Il Covid-19 e’ arrivato anche qui. In Venezuela i casi confermati sono a oggi 143, i decessi tre. Nella regione andina, dice Pollini, la quarantena e’ cominciata il 16 marzo e “si parla di tre o quattro casi di contagio”.

Il punto pero’ sarebbe un altro: “Qui non ci sono tamponi e neanche gli strumenti per fare lastre ai polmoni, quindi e’ molto difficile determinare l’impatto dell’epidemia e si lavora solo a partire dai sintomi”. Il cooperante riferisce che nella regione fino a poco tempo fa le postazioni per la terapia intensiva erano solo due e che ora la situazione e’ leggermente migliorata. “Soprattutto grazie agli sforzi della nuova direttrice dell’unico ospedale della zona, l’Istituto autonomo hospitale universitario de los Andes (Iahula), siamo arrivati a venti” dice Pollini. “Comunque pochi per un istituto che ha un’utenza complessiva di quasi un milione di persone”.

Per il responsabile di Cisv, la situazione della sanita’ venezuelana e’ drammatica. “Si puo’ parlare di emergenza” dice, convinto che alcune dinamiche evidenti nella zona di Merida siano una chiave per comprendere i problemi di tutto il Paese. “L’Iahula, ad esempio, in teoria e’ finanziato al 70 per cento dal ministero della Salute e al restante 30 dalle istituzioni locali” calcola Pollini. “A oggi i soldi che dovevano venire da Caracas non si sono ancora visti“.
La ragione sarebbe da ricercare nella politica. “Qui da sei anni al potere c’e’ l’opposizione, che viene continuamente boicottata dal partito del presidente Nicolas Maduro” dice il cooperante. “Buona parte dei poteri sono infatti stati destinati a un ‘protector del estado‘ che fa gli interessi dell’esecutivo: di fatto governa senza essere stato eletto”.

La cattiva gestione della sanita’ non sarebbe l’unico problema che colpisce Merida, penalizzata per la sua posizione strategica chiave. “La benzina qui e’ razionata, come in tutto il Paese” sottolinea Pollini. “Le misure di controllo sono pero’ molto piu’ rigide: tutto e’ in mano ai ‘colectivos’, le milizie paramilitari legate al governo. La motivazione e’ quella del contrasto al contrabbando con la Colombia, che e’ vicinissima e dove il carburante ha un costo molto superiore rispetto al Venezuela“.
Pollini riferisce che a poter utilizzare la benzina sono di fatto solo militari e poliziotti, con la parziale eccezione dei servizi medici e delle ambulanze.
Secondo il cooperante, la pandemia di Covid-19 coglie il Venezuela in una fase di vulnerabilita’ accentuata, dopo anni di conflitto politico e sociale che si sono acuiti dopo la morte del presidente Hugo Chavez nel 2013. “Oltre 5 milioni di cittadini hanno il Paese – ricorda Pollini – e si e’ determinata la piu’ grande crisi migratoria della storia dell’America latina“.
Cisv ha dovuto interrompere le sue attivita’ a causa delle misure restrittive ma i cooperanti continuano comunque a impegnarsi. “C’e’ una grave carenza di alimenti in questo momento e ci stiamo adoperando per poterli andare a comprare” dice Pollini. “Ho dovuto chiedere un salvacondotto alle Nazioni Unite, sto aspettando la risposta”.

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1 Aprile 2020
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