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Testimone di Geova e volontaria in carcere: “La diffidenza ci dispiace”

SPECIALE 'DONNE E SPIRITUALITÀ' | La storia di Anna Paola G., testimone di Geova e volontaria nel carcere femminile di Rebibbia, a Roma

donne e fede

ROMA – Pubblichiamo la puntata ‘Donne e spiritualità’ dedicata alla storia di Anna Paola, testimone di Geova e volontaria in carcere, sottotitolata in inglese per la migliore condivisione e raggiungere i fedeli delle comunità presenti in tutto il mondo.

At this link we publish episode ‘Women and spirituality’ dedicated to the story of Anna Paola, a Jehovah’s Witness and a volunteer in prison, subtitled in English for better sharing and reaching the faithful of the communities present all over the world.

È noto che la maggioranza delle persone ha dei pregiudizi su di noi, però io mi concentro su quelle, e non sono poche, che parlano con noi volentieri, che ci stimano, che ci apprezzano. Quando qualcuno ha fatto la volontà di Dio non è mai stato accolto a braccia aperte, perché si pone dei valori e delle priorità diverse. E quindi io lo sapevo da prima, come qualsiasi altro testimone di Geova. Non posso dire che mi faccia male sinceramente. Posso dire che mi dispiace che questa diffidenza crei una barriera con delle persone che potrebbero comunque, se vogliono, ampliare i loro orizzonti e fare una scelta spirituale più consapevole, e invece questa barriera glielo impedisce”. Anna Paola G., libera professionista, è testimone di Geova e la scelta di seguire questa spiritualità, maturata mentre era in attesa di sua figlia, a quarant’anni, l’ha portata ad essere oggi una volontaria nel carcere femminile di Rebibbia, a Roma.

LA PRIMA PUNTATA DI ‘DONNE E SPIRITUALITÀ’

Inizia con questa prima storia lo speciale ‘Donne e spiritualità’ con cui l’agenzia Dire raccoglierà testimonianze di laiche e religiose che hanno cambiato la loro esistenza per una scelta di fede. Ci accompagnerà in questo viaggio Raffaella Di Marzio, direttrice del Centro studi Lirec e psicologa delle religioni.

LA STORIA DI ANNA PAOLA

Anna Paola si definisce una donna libera: “Io sono profondamente convinta che Dio ci abbia creato liberi, al punto di poter sbagliare” e raccontando della sua vita, del suo desiderio di aiutare gli altri scardina, parola dopo parola, una certa immagine stereotipata di chiusura e isolamento che spesso si ha dei testimoni di Geova.

Ad entrare in questo difficile aspetto è la direttrice del centro Lirec, Raffaella Di Marzio: “I testimoni di Geova vivono nella società come tutti gli altri. I loro figli frequentano le scuole pubbliche e quindi sono a contatto con persone di tutte le religioni. Lavorano ovunque, non sono un gruppo di persone che vive isolato dalla società, questo è un dato di fatto. È vero, però, che la comunità dei testimoni di Geova ha delle prassi, dei comportamenti che li fa sembrare al pubblico generale, diciamo così, separati dalla società o dal mondo. Ma in realtà qualsiasi comunità religiosa che vuole veramente seguire determinate regole, pratiche, scritte nella Bibbia secondo la loro interpretazione, risulta agli esterni come una comunità strana, ma questo non vuol dire che non siano pienamente inseriti nella società. La loro caratteristica è che vogliono in tutti i modi preservare quello che la Bibbia e Geova insegnano, anche se questo può sembrare alle persone che non credono nella loro fede qualcosa di particolarmente strano o anomalo o addirittura in alcuni casi patologico”. Un messaggio riassunto per i testimoni di Geova nel Vangelo di Giovanni (17,14): ‘Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo’.

L’IMPEGNO PER LE DETENUTE A REBIBBIA

“Una delle cose più belle che questa scelta di fede mi ha dato è quella di essere nominata ministro di culto per le carceri. Qui a Roma a Rebibbia ci sono tante donne- racconta Anna Paola- hanno bisogno di essere ascoltate. Io ho visto personalmente, davanti alle Scritture, delle detenute alle quali si riempivano gli occhi di lacrime, quando capivano che Dio non le aveva abbandonate, che aveva anzi fiducia in loro, le amava e voleva aiutarle con i suoi insegnamenti a cambiare vita, a essere persone accettate. E alla fine la Bibbia ha un messaggio di speranza e questo dà loro una forte motivazione. Sono profondamente convinta che queste donne si possono aiutare in modo concreto solo se si dà loro di nuovo una certa dignità. È vero che hanno sbagliato, ma è vero che chi ha sbagliato può cambiare. Non ho mai chiesto a una di loro quale reato avesse commesso o quanto durasse la pena. Non è per quello che io sono qui”.

I PREGIUDIZI E L’IMPEGNO DEL CENTRO LIREC

Il Centro Lirec da tempo denuncia come i testimoni di Geova siano narrati sui media con una tendenza alla stereotipizzazione, senza un reale approfondimento sulla loro organizzazione. Il termine ‘setta’, un altro aspetto stigmatizzato dal centro che studia le religioni, viene spesso usato a sproposito e anche alcune notizie verrebbero strumentalizzate in questa direzione. Un esempio recente è quello della famiglia pistoiese di testimoni di Geova descritta come no vax, in cui madre, padre e figlia sono morti di covid e su cui il centro Lirec ha diramato una nota ufficiale di smentita. Un’altra storia, di grande fortuna sul web, quella della mamma che non può più vedere le figlie testimoni di Geova dopo aver fatto una trasfusione.

“La storia di questa madre che è andata a dire e scrivere ovunque che lei non poteva più vedere le sue figlie- spiega Di Marzio a proposito di una notizia uscita diversi mesi fa- perché aveva dovuto fare una trasfusione di sangue e le sue figlie non volevano più incontrarla né vederla, è girata in una maniera veramente assurda e a un certo punto noi di Lirec siamo riusciti a sentire le due figlie e il motivo per cui invece loro non vedevano più la loro mamma non era la trasfusione“, ma una storia di maltrattamenti familiari perché volevano rimanere testimoni di Geova e la mamma non era d’accordo. “Erano state cacciate di casa ed erano intervenuti i Carabinieri”.

UNA SCELTA CHE HA CAMBIATO A UNA VITA

Anna Paola la sua scelta di fede l’ha maturata prima attraverso un lungo percorso di studio, “ci ho messo tanto, tre anni. Ma non era uno studio accademico, era un cercare di capire. E nel cercare queste risposte- ricorda- alla fine le ho trovate. E’ come se un puzzle si componesse, come se tutti i tasselli andassero al loro posto. E così mettermi in discussione mi ha fatto bene, perché ho trovato quello che cercavo veramente e ho anche eliminato tanti condizionamenti che comunque senza saperlo la società ci mette. E poi ho capito che c’era la possibilità di vivere in un mondo più giusto e ho capito anche che era realistico lavorare per questo. Ho capito che la scala dei valori non è orizzontale, è verticale e ho messo a posto le mie priorita’. Io non ho mai conosciuto così bene la gente come da quando parlo con loro di cose profonde, le aiuto e alcune si lasciano supportare e le vedo più felici, ed è una cosa che nessun successo professionale mi avrebbe mai dato. Sono contenta di aver fatto questa scelta”.

E a chi pensa che una donna che segue una certa spiritualità manchi qualcosa, sia meno libera, Anna Paola risponde così: “Ero con mio marito in barca a vela, c’era stata una burrasca e stavamo tornando dalla Sardegna. Era finita la burrasca e ci siamo trovati in mezzo al Tirreno: non si vedeva più l’Italia, non si vedeva più la Sardegna. E noi eravamo lì in mezzo con il nitido che c’è dopo le burrasche, il sole, il mare, il silenzio. Un senso di libertà assoluta. Questo perché? Perché sapevamo che in barca avevamo la bussola e la carta nautica, che ci avrebbero permesso di andare dove volevamo andare. Senza di quelli saremmo stati persi. Ecco, due piccoli strumenti ci hanno permesso di essere davvero liberi. Ecco, io questi strumenti li ho trovati nella Bibbia e questo mi dà il senso di libertà. Io ogni giorno sperimento che funzionano e ogni mattina mi alzo e liberamente scelgo di essere testimone di Geova“.

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2022-03-01T14:39:55+02:00

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