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Myanmar, a due anni dal golpe i civili scelgono il silenzio come rivendicazione

Yimon (Comunità Italia): "Due anni di buio, la storia cambierà". Foto pubblicate su Twitter rilanciano immagini del vuoto che pervade mercati e marciapiedi dei principali centri del Paese

Pubblicato:01-02-2023 14:42
Ultimo aggiornamento:01-02-2023 20:20
Canale: Mondo
Autore:
Myanmar
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ROMA – “Non pensavamo che questo periodo buio potesse durare due anni, ma un ruolo lo hanno giocato il potere economico dei militari, che saccheggiano il Paese da tempo, e la reazione della comunità internazionale, che è stata blanda. La lotta però continua: la società civile è molto determinata”. Yimon Win Pe, esponente della comunità birmana in Italia, parla con l’agenzia Dire in occasione del secondo anniversario del colpo di Stato militare che il primo febbraio 2021 rovesciò il governo eletto della Lega nazionale per la democrazia (Nld). L’esercito, noto nel Paese con il nome di Tatmadaw, al potere a fasi alterne da oltre 60 anni, ha anche arrestato l’ex presidente Win Myint e l’ex consigliera di Stato e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, condannata poi a 33 anni di carcere per vari reati, anche legati a presunti episodi corruttivi.

In due anni la resistenza birmana si è organizzata. Proteste a vari livelli, dagli scioperi ai cortei di piazza, sono stati organizzati con cadenza regolare. Stando ai dati dell’organizzazione Assistance Association for Political Prisoners (Aapp), oltre 2900 manifestanti sono stati uccisi dal giorno del golpe, mentre quelli arrestati sono stati circa 17,500, di cui 13mila attualmente in prigione. Nell’aprile 2021 esponenti dell’ex governo, delle comunità del Paese e attivisti hanno anche costituito un esecutivo parallelo, il Governo di unità nazionale (Nug), di cui si è chiesto riconoscimento formale alle Nazioni Unite.

“Non ci saremmo mai aspettati di arrivare a questo anniversario con i militari ancora al potere, pensavamo di vincere prima”, premette l’attivista. “Se facciamo il punto su cosa è successo penso che un nodo importante sia stato rappresentato dal potere economico dell’esercito, che da anni saccheggia il Paese e che ha continuato a farlo una volta ripreso il potere. Sono loro i più ricchi del Myanmar, hanno accumulato una quantità impensabile di beni e denaro nelle loro mani”.

Nella visione dell’esponente della comunità birmana, 39 anni, una gioventù “sotto la dittatura militare” e poi 20 anni in Italia, anche la comunità internazionale ha contribuito al mantenimento del nuovo status quo imposto dai militari. “La pressione del resto del mondo”, denuncia Yimon, “è stata morbida, sempre esercitata ‘da lontano’. C’è stata un’alternanza fra fasi di sostegno e di segnali positivi e altre di maggiore disinteresse, nelle quali è mancata completamente una condanna forte e netta”. Secondo l’attivista, un elemento “grave e triste” è che “la comunità internazionale abbia dimostrato di giudicare la questione birmana come soprattutto interna“. Una contraddizione, denuncia Yimon, “vista la portata delle violazioni commesse dalla giunta e la crudeltà espressa dai militari”. Il golpe ha inoltre contribuito a riaccendere conflitti con le milizie armate di matrice comunitaria con basi nei vari Stati del Paese. Ragione di tensioni e scontri anche nelle fasi precedenti al colpo di Stato, ragiona Yimon, ma ora rinforzati “dall’unione fra i vari gruppi armati contro i militari”. Secondo alcuni analisti, intanto, una nuova legge elettorale approvata dalla giunta rischia di limitare ulteriormente l’accesso alla politica dei movimenti contrari all’esercito.


Una speranza eppure c’è, e a celarla oggi, nell’anniversario del golpe, per le strade delle città birmane, è il silenzio scelto dalla società civile come veicolo di rivendicazione. Foto pubblicate su Twitter da utenti social ma anche da media indipendenti, come Irrawaddy, rilanciano immagini del vuoto che pervade mercati e marciapiedi dei principali centri del Paese, dalla ex capitale e città più popolosa Yangon all’attuale centro amministrativo del Myanmar, Naypyitaw, fino a Mandalay, nel nord. “A due anni di sofferenza totale hanno risposto le persone che lottano e che vogliono cambiare la situazione, che non sono venute meno neanche nel momento più nero”, dice Yimon. “Se mi chiedete cosa penso del futuro del Myanmar rispondo che dal Paese arrivano tanti segni di determinazione; in tanti proveranno a sconfiggere la repressione con tutte le loro forze e credo che la storia del Myanmar cambierà”.

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