L’astrofisica: “Troppi uomini in vista creano pregiudizi inconsci”

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SPECIALE DONNE E SCIENZA | Eleonora Troja, dopo 12 anni negli Stati Uniti, tornerà in Italia grazie a un Consolidator grant del Consiglio europeo delle ricerche
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ROMA – Eleonora Troja, siciliana, 40 anni questa settimana, da dodici lavora a Washington per l’Università del Maryland e il Goddard Space Center della Nasa: rientrerà in Italia per guidare un gruppo di ricerca scelto da lei grazie ai quasi due milioni di euro che si è aggiudicata concorrendo per il Consolidator grant del Consiglio Europeo per le Ricerche. Sede del lavoro Roma, Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali (Iaps) dell’Inaf.

Una vita da scienziata di successo, vissuta in gran parte all’estero. “Dopo il dottorato ho preparato il curriculum, scritto qualche paginetta sulla ricerca che avrei voluto fare e fornito un riassunto del lavoro fatto, dopodiché ho spedito tutto a università e enti di ricerca. Mi hanno presa in diversi posti, tra cui alla Nasa. Mi sono trasferita senza essere mai stata prima a Washington. La borsa di studio era per due anni, massimo tre. Negli Usa, però, se vedono che lavori bene ti vengono offerte tante possibilità, se tu vuoi fare e chiedi ruoli di responsabilità vieni rispettata: e così sono qui da dodici anni“. Un mondo lontano da quello della maggior parte di ricercatori e ricercatrici, specie in Italia, che alla soglia dei 40 anni vengono ancora considerati giovani. “Io sono stata fortunata- ragiona Troja-, mi sono inserita in un gruppo di successo con tanti fondi e non mi sono mai mossa. Di solito, invece, si gira ogni 2 o 3 anni fino al posto fisso. Quando sono rimasta incinta, e ho avuto una gravidanza terribile, il mio supervisore per 8 mesi non mi ha mai vista in ufficio e non ho avuto nessun problema, mi hanno fatto lavorare da casa“.

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La scelta di tornare in Italia è “personale”, sottolinea Troja, legata anche al desiderio di crescere sua figlia non negli Stati Uniti, facendo i conti anche con il fatto che “l’istruzione italiana resta migliore”, riflette. I conti, però, vanno fatti anche con diverse arretratezze, soprattutto culturali. “All’inizio della pandemia guardavo sempre la conferenza stampa trasmessa in diretta su Rai 1, fino a quando mia figlia, 5 anni, mi ha detto: ‘Ma perché non fanno mai parlare la ‘girl’?’ E la ‘girl’ era l’interprete della lingua dei segni. Mia figlia vedeva solo uomini che non facevano parlare donne. Da quel giorno ho cambiato canale“. Questa rappresentazione del potere, imperniata sugli uomini, può essere parte della disaffezione che le donne, in Italia, provano nei confronti di percorsi di studio scientifici. “Questo continuo messaggio della società che professori e scienziati siano uomini di una cinquantina d’anni crea pregiudizi inconsci: una donna non si vede nel ruolo di scienziata”. Con tenacia e passione, Troja ci si è invece vista e ora dedicherà i prossimi anni a studiare l’incontro tra buchi neri e stelle di neutroni con il progetto BHianca, dal nome di sua figlia (Black Hole Interactions And Neutron stars Collisions Across the universe): “Uno degli obiettivi è riuscire a trovare la tripletta perfetta: fotoni, onde gravitazionali e neutrini prodotti dalla stessa sorgente. Cercheremo di mettere insieme i vari messaggeri che arrivano dai buchi neri per avere una comprensione migliore dell’Universo. Sarà come passare da una fotografia a un film”, promette.

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Non appena sarà vaccinata contro il Covid, Troja arriverà in Italia per avviare il suo lavoro, in teoria per l’autunno 2021. Tra i bagagli non solo scienza, ma anche una serie di riflessioni opportune. “Il mondo accademico non è sensibile alle esigenze femminili. Se una vuole fare questo lavoro è perché ha passione e non si vede a fare altro. Ma deve sapere che bisogna diventare imprenditori di se stessi e crearsi buone occasioni. In realtà, però, quello che dovremmo fare è creare la condizione per cui anche chi non ha il sacro fuoco della ricerca dovrebbe poter fare quest’ esperienza. Anche se non sei un genio votato alla scienza“, insomma. Una delle chiavi per capire come mai la maggioranza degli studenti di percorsi scientifici sia composta da uomini non è solo culturale, ma si chiama precariato. “Non solo in Italia- specifica Troja-, ci sono pregiudizi generali verso le donne impegnate in queste materie perché tutto è più difficile proprio per come è strutturato il mondo accademico: prima dei 40 anni sei giovane e non avrai mai il posto fisso. In questo modo, però, una donna che vuole, per esempio, costruirsi una famiglia, vede un ostacolo. Invece il lavoro non dovrebbe mai essere un ostacolo alla tua crescita come persona in altri campi. Non parlo solo di famiglia, ma di tutte le attività al di fuori della ricerca che non hai la possibilità si svolgere perché sei precaria”.

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