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Migranti, Open Arms – Emergency: “169 alla deriva salvati da nostra nave”

In questo momento "tutti i 169 naufraghi si trovano a bordo della nostra nave in buone condizioni di salute, anche se molto provati fisicamente e psicologicamente"
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ROMA – “Nella giornata di ieri, 31 dicembre 2020, dopo aver ricevuto intorno alle 15:00 una segnalazione di distress dalla ONG Alarm Phone, la nostra imbarcazione, la ‘Open Arms’, con a bordo personale di Emergency, ha soccorso 169 persone che viaggiavano su un’imbarcazione di legno alla deriva. Il nostro rimorchiatore, partito il 23 dicembre dal porto di Barcellona per la sua Missione 79, aveva appena ripreso il largo dopo una sosta in rada di fronte al porto di Siracusa per ripararsi dal mal tempo”. Cosi’ una nota Open Arms – Emergency.

“Dopo aver allertato le autorita’ competenti, il nostro equipaggio ha raggiunto la posizione indicata e ha iniziato le operazioni di soccorso intorno alle 17:45”, prosegue la nota. In questo momento “tutti i 169 naufraghi si trovano a bordo della nostra nave in buone condizioni di salute, anche se molto provati fisicamente e psicologicamente. Tra questi, 12 sono le donne, 6 i bambini e 40 i ragazzi minorenni che viaggiavano soli. L’imbarcazione era partita da Sabratha la mattina del 30 dicembre, a bordo prevalentemente cittadini e cittadine eritrei”, segnala la nota.

Il 2020 termina dunque “con l’ennesimo scampato naufragio, con un mare deserto e privo di assetti governativi e umanitari, con un’Europa assente, incapace di prendere su di se’ la responsabilita’ della tutela dei diritti e della vita. Le frontiere, quelle di mare e quelle di terra, e il tragico destino di chi prova ad attraversarle, impongono una riflessione profonda sul nostro ruolo di cittadini e cittadine e sulla necessita’ di agire come tali per la difesa dei diritti fondamentali di ogni essere umani e per la costruzione di una comunita’ piu’ giusta e solidale”, conclude la nota.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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