Per chi suona la campanella. La scuola come centro di una comunità educante

Attendere l’apertura dei cancelli. Varcare la soglia d’ingresso.
Trascorrere tante ore all’interno di una stanza o di spazi chiusi o recintati, come il cortile o l’atrio, che sono nettamente separati dall’esterno. Suona la campanella per otto milioni di studenti in Italia, che da oggi avranno a che fare con questi luoghi quotidianamente. Ma la scuola, spazio simbolico dell’educare, avrebbe bisogno di apertura. Non ci dovrebbe essere bisogno di specificarlo, ma occorre farlo perchè non è così.

La dicotomia interno-esterno caratterizza da secoli la scuola. Il portone e il cancello, ad esempio, costituiscono barriere da cui devono essere esclusi i “profani” che non hanno accesso al “tempio” del sapere.

Recenti modifiche sono intervenute sull’architettura scolastica soprattutto sugli interni e sugli arredi, poiché diverse ricerche hanno mostrato come una maggiore diversificazione degli spazi favorisca l’apprendimento e come ambienti più articolati, che comprendono zone a diversa valenza emotiva, favoriscano un migliore rapporto con se stessi ed un migliore sviluppo della personalità. Oggi lo sforzo – ed è necessario proseguire su questa strada per i più piccoli  – è quello di dotare le scuole di “angoli morbidi”, nicchie e oppalchi dove i bambini possano vivere momenti di privacy, rielaborare i ricordi e i sentimenti, leggere.

Ma la scuola rimane purtroppo un corpo isolato dal contesto territoriale e impermeabile alle relazioni con l’esterno. Vissuti di accoglienza o marginalità, contatto o esclusione, connotano lo spazio scolatico di ansia, di disinteresse, di soddisfazione o di
amore: tutto ciò che intercorre nella relazione educativa si spazializza trasfigurando l’aula, la luminosità e persino lo scorrere del tempo. Lo spazio educativo dovrebbe essere  uno spazio da cui partire. Dove vi è con-divisione educativa e “prendersi cura” dell’altro, lo spazio educativo assume un volto amico.

Ma soprattutto la scuola deve essere aperta. L’entrare-uscire di relazioni è una condizione necessaria. In senso fisico, ma anche simbolico, con l’obiettivo di costruire una comunità educante. Le istituzioni educative e i servizi per l’infanzia possono fare molto per diventare sempre più luoghi di partecipazione e incontro con le famiglie, spazi di pensiero condiviso sull’educare, nuclei centrali della “comunità educante”. L’etica della cura educativa corrisponde perciò alla cura delle istituzioni educative per pensare, agire, decidere di educare. Le scuole aperte diventano così luoghi centrali per il contesto territoriale: spazi che non si chiudono al pomeriggio ma vengono utilizzati dai ragazzi, dalle associazioni,  dalle molte attività che animano un contesto sociale.

La necessità di luoghi e occasioni di incontro, scambio e condivisione è ancora più importante sul versante dellinclusione sia nellambito della disabilità che dell’interculturalità e di tutte le esperienze di integrazione.

Il dialogo tra genitori e tra stili educativi arricchisce la comunicazione di valori e modelli. Il ruolo delle istituzioni scolastiche è, anche sotto questo profilo, un “ponte” decisivo tra le diverse culture sulla genitorialità. La scuola diventi un’occasione per tutti. Anche al di là delle barriere fisiche che la delimitano e che la tengono lontana dal contesto sociale. Anche dopo il suono della campanella.

On. Vanna Iori

12 settembre 2016

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