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Ripensare le differenze di genere per ripensare la politica

Il titolo di questa riflessione nasce spontaneo guardando al dibattito
che sta animando il Pd in vista del Congresso e, più in generale, la
politica italiana, dove le donne fanno fatica ad emergere nei ruoli di
“guida”. È doveroso interrogarsi su questo tema non solo per prendere
atto dello scenario attuale, ma anche e soprattutto per cercare strade
percorribili e utili a ribaltare questo quadro. Le leve del comando sono ancora saldamente in mani maschili nella politica, nell’economia, nel top management.

Un ragionamento che non può e non deve essere rinchiuso nei paletti
delle quote rosa. Il discorso va allargato al valore della cultura
femminile. Virginia Woolf, nel breve saggio “Pensieri di pace durante
un’incursione aerea”, scrive: “Lassù in cielo combattono giovani
inglesi contro giovani tedeschi. I difensori sono uomini, gli
attaccanti sono uomini. Le donne possono combattere con il pensiero
per liberare dalla mentalità e dall’educazione alla guerra, anche se
questo è “andare contro la corrente”. La Woolf pone per prima la
questione della differenza di genere, mettendo in risalto le
specificità del femminile.

In un’epoca in cui i compiti e le mansioni maschili e quelli
femminili sono sempre più intercambiabili possiamo vedere che per
fortuna molti uomini, tra mille contraddizioni, incertezze,
mistificazioni, stanno cercando percorsi identitari che mutuano
pratiche e saperi dal femminile. La casa, i figli, le funzioni
educative e domestiche non sono più soltanto il regno/prigione delle
donne ma coinvolgono un numero crescente di mariti e padri,
soprattutto nelle nuove generazioni. Questi mutamenti nel costume
presuppongono una crescita cognitiva ed affettiva da parte degli
uomini nella dimensione dell’aver cura e rafforzano le scelte delle
donne che hanno elaborato e praticato tale dimensione.

Ripensare la differenza o le differenze e le identità non in termini
di separatezza oppositoria ma di pluralità, complessità, poliedricità,
arricchisce la donna e l’uomo liberando in entrambi la possibilità e
la capacità di esplorare modi di essere non forzatamente riconducibili
agli schemi precostituiti.

Ripensare la categoria della differenza è un’operazione culturale che
rimette in discussione la logica tradizionale e consente di scoprire
nell’alterità significati e valori nuovi, allargando gli orizzonti di
conoscenza e di esperienza. Ripensare la differenza significa porre
in nuovi termini anche la questione dell’uguaglianza. E’ infatti
evidente che la differenza, per potersi esprimere, ha bisogno
dell’uguaglianza, valore irrinunciabile per impedire alla differenza
di trasformarsi in discriminazione o subalternità. Allo stesso modo
l’uguaglianza, qualora prescinda dal valore della differenza, assume
il carattere di omologazione e di disconoscimento nei confronti di
ogni legittima aspirazione al riconoscimento della propria specificità
e identità. La differenza e l’uguaglianza non possono quindi essere
pensate separatamente. “Si è uguali in quanto riconosciuti come
diversi”.

Le affermazioni sulla differenza rappresentano una svolta rispetto ai
precedenti movimenti femministi che si basavano sull’uguaglianza e su
di una logica emancipazionista e rivendicazionista: “Le donne sono
uguali agli uomini”? La questione era in realtà mal posta sul piano
concettuale. Anche se l’uguaglianza ha aperto la stagione dei diritti
per le donne, ha mantenuto il dominio storico del modello maschile e
l’imitazione, da parte delle donne, determinando spesso una negazione
della propria identità, un occultamento di tutto il patrimonio di
cultura, valori, sapere che la storia “invisibile” femminile ha
prodotto, soprattutto nella cultura della cura.

Certamente il valore della differenza ha messo in discussione la logica che aveva posto il femminile nella condizione di alterità e quindi di inferiorità o subordinazione. Da un lato la donna è stata infatti relegata agli aspetti più sconcertanti, desiderabili e temibili della sessualità: la carne, il peccato, la perdizione. La polarità opposta l’ha resa quasi angelicata, avvolta nel mistero della maternità. Eva, Pandora, Lilith, oppure Madonna, Demetra: questi archetipi nella cultura greca e cristiana mostrano quanto sia ancora difficoltoso per le donne raggiungere ed esprimere una matura valorizzazione della propria differenza, ancora oscillante tra dipendenza e autonomia.

On. Vanna Iori

24 febbraio 2017

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