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Il reddito di inclusione è una misura meridionalista

Il movimento sviluppatosi in Calabria ed in Italia per il sostegno al reddito ha ottenuto ieri un primo sostanziale e straordinariamente positivo risultato: anche in Italia, alla pari degli altri paesi europei, oggi, è realtà e sarà operativa una forma di reddito minimo.

Dopo l’approvazione nello scorso mese di marzo della legge nazionale, che ha istituito il reddito d’inclusione, la decisione assunta ieri dal Governo nazionale di finanziare con due miliardi di euro all’anno i primi beneficiari di questa iniziativa , è una scelta che va ben oltre il significato di una provvidenziale e contingente misura di contrasto alla povertà.

I primi destinatari del provvedimento saranno oltre seicentomila famiglie con a carico figli minori, disabili e disoccupati over 50 e con reddito annuo non superiore a 6.000 euro (valori ISEE), ovvero circa un milione e settecentomila cittadini.

Non posso non esprimere una forte soddisfazione personale dal momento che all’avvio della mia esperienza parlamentare l’idea di introdurre anche in Italia una misura di sostegno al reddito a carattere universale sembrava il vezzo di pochi utopisti.

Il tema del sostegno al reddito comincia a divenire, dunque, come quello del lavoro, un diritto giustiziabile, in coerenza con quanto previsto dall’art. 3 della Costituzione repubblicana.

L’introduzione di questo istituto è un primo atto di riforma del sistema degli ammortizzatori sociali.

E’ un primo concreto passo per garantire il diritto ad una esistenza dignitosa a chi vive in condizione di povertà, a chi ha perso il lavoro ma anche e soprattutto a chi il lavoro nella propria vita non lo ha mai incontrato.

L’obiettivo da perseguire, come giustamente indicato dal ministro Poletti, è quello di arrivare ad investire otto miliardi di euro all’anno per soddisfare la potenziale domanda di sostegno al reddito proveniente dalla intera parte di società che vive al di sotto della soglia di povertà assoluta.

Un obiettivo giusto e realistico da raggiungere attraverso la riforma dell’attuale sistema di welfare che oggi risulta essere uno dei più costosi e ingiusti d’Europa.

Sarebbe sufficiente riformare gli attuali istituti di assistenza per i quali oggi lo Stato spende cifre assai superiori agli otto miliardi di euro per soddisfare una domanda a carattere universale.

Quella approvata ieri è una misura meridionalista dal momento che parte considerevole della platea dei potenziali beneficiari è collocata prevalentemente in Calabria e nelle altre regioni del Sud del Paese.

Insomma, prima Renzi ed oggi il governo Gentiloni hanno interpretato e risposto con i fatti ad una domanda sociale di bisogno reale.

La decisione assunta dal Consiglio dei Ministri, inoltre, demistifica il carattere populista e demagogico del cosiddetto “reddito di cittadinanza” proposto dal Movimento 5 Stelle.

La proposta di Grillo era divenuta di fatto un impedimento affinché anche l’Italia potesse adottare o sperimentare forme di sostegno al reddito come avviene da tempo in tutta Europa.

On. Enza Bruno Bossio

10 giugno 2017

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