Perché la scuola ha urgente bisogno di educazione affettiva

I sentimenti? Roba da libro Cuore. Troppo spesso la dimensione affettiva, confusa con il sentimentalismo, è stata accantonata
frettolosamente come inutile retaggio di una scuola inefficiente. Il
modello pedagogico che si è affermato nell’età postmoderna ha fatto
prevalere i modelli che derivano dalla psicopedagogia americana, dando spazio al pragmatismo e funzionalismo. Ma la scuola, oggi, ha bisogno più che mai di educare alla dimensione affettiva.

I sentimenti non rientrano normalmente nella programmazione didattica perché sono spesso assimilati al moralismo, quando non sono ritenuti addirittura un vero e proprio ostacolo all’apprendimento e anche all’insegnamento. Il luogo comune afferma che l’emozione e l’emotività offuscano la lucidità di pensiero, producono una diminuzione nelle prestazioni e nel rendimento. C’è senza dubbio del vero in queste affermazioni. Ma perché trascurare anche l’effetto contrario? Perché, cioè, si sottovaluta l’enorme valenza affettivo-emotiva nell’apprendere?

Nel giustificato rifiuto del sentimentalismo, si è rafforzato il
primato della ratio, dell’oggettività, del sapere calcolante che ha
occupato un posto di rilievo rispetto alle aree del sapere
emozionante. Ciò ha condotto a privilegiare solo i saperi “utili”, spendibili, efficienti e produttivi, considerando di secondaria importanza quelle conoscenze gratuite aperte dalla dimensione emotiva, in quanto “non servono”, almeno secondo una logica pratica, strumentale, come i saperi letterari e artistici.

Eppure c’è un’intelligenza delle emozioni che rende fondamentale la
dimensione affettiva nei processi di conoscenza. Per questo essa non è
da considerare un ostacolo a un’efficace espressione della razionalità
poiché è l’origine stessa da cui si sviluppano il pensiero e l’etica.
Il sapere emozionante, del resto, è proprio anche della scienza, ed è
all’origine della passione per la ricerca e la scoperta. La
scientificità positivista, tutta volta ai dati di fatto, è stata messa
in crisi proprio perché escludeva la domanda di senso e le tonalità emotive dal proprio ambito di sapere.

La vita affettiva non è separabile dalla vita cognitiva nella costruzione di una formazione umana integrale. Il modello educativo, se è privato della dimensione complementare del sentire, rende ogni scienza, ogni tecnica, ogni metodo dis-umano (privato degli aspetti di
umanità).

Nella concezione di una professionalità educativa e docente che
intenda sottrarsi all’immagine deamicisiana della “maestrina dalla
penna rossa” si legittima il rifiuto di un sentimentalismo di maniera,
ma tale reazione non può espellere e occultare la vita emotiva da uno
stile professionale che pretenda di essere impersonale, non inficiato
dalla presenza dei sentimenti. Anche perchè i sentimenti (magari non
riconosciuti, ignorati o non ammessi) fanno parte del quotidiano agire
professionale: frustrazione, gioia, tenerezza, insofferenza,
soddisfazione sono sempre presenti nella professione dell’aver cura
educativo-formativo.

Provare sentimenti non è una “scorrettezza” nella professione docente.
Il rischio vero si presenta quando, nella pretesa di una
professionalità scevra dai condizionamenti della vita affettiva, si
persegue un modello “anaffettivo” come garanzia di maggiore
scientificità. Allora i sentimenti, non riconosciuti, banditi, non
nominati e occultati, rischiano di emergere in modo davvero scorretto
e divenire tanto più dannosi, in quanto inconsapevoli.

Gli insegnanti e i ragazzi sono persone reali che gioiscono, si annoiano, si indignano, sperano, si arrendono. Legittimare i loro vissuti
emozionali e riconoscerne consapevolmente l’esistenza può mettere in
guardia da un loro uso distorto (riversarli sugli altri) e può aiutare
a farne una risorsa professionale, poiché spesso, da questa apertura
al proprio mondo emotivo, nascono intuizioni educative e nuovi sguardi sul proprio agire professionale.

Lo sforzo di difendersi dalla dimensione affettiva è spesso inutile e
talvolta dannoso, poiché allontana la scuola dal mondo della vita, la
rende più burocratizzata, imperniata su regole aziendalistiche
spersonalizzanti, anziché luogo dove possano essere accolti e
ascoltati i vissuti, i pensieri, la cura di sé. Erigere barriere
contro la propria vita emotiva è, in definiva, faticoso e frustrante,
poiché il distacco affettivo assume il carattere di difesa da una
dimensione dell’esistenza che non riceve adeguato riconoscimento
professionale e non ha luogo per essere condivisa.

Assumere la vita emotiva come risorsa nella professione di cura
educativa chiama in causa il senso profondo della professionalità
docente dove quel motto “I Care” posto da Don Milani sulla parete
della sua scuola risuona come un impegno di responsabilità degli
insegnanti prima di tutto verso sé stessi e verso la relazione educativa.

On. Vanna Iori

14 marzo 2017

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