AREA ABBONATI - Accedi ai notiziari

Perché la delega della scuola 0-6 può (e deve) aiutare l’infanzia

Ridurre gli svantaggi culturali e relazionali, favorire l’inclusione di tutti i bambini e di tutte le bambine attraverso la messa in campo di interventi personalizzati e non solo. Guarda a questi obiettivi e a
tanti altri ancora uno dei decreti legislativi di attuazione della 
Buona scuola approvato oggi dal Consiglio dei ministri. Tutte le deleghe sono importanti. Tra esse ne spicca una, quella dello 0-6, che è ambiziosa e che intercetta un arco temporale della vita molto importante e delicato come è l’infanzia, considerando la un’ età della vita a cui non dedicare solamente assistenza e accudimento ma soprattutto qualità educativa.

Questa delega, inserita nel più ampio disegno della Buona scuola, è un
passo in avanti in più, importante verso una scuola che deve
caratterizzarsi da subito come più inclusiva e partecipata,
coinvolgendo maggiormente non solo chi la scuola la anima e la
frequenta, ma anche le persone più vicine al mondo scolastico, come le
famiglie.

Il percorso dello 0-6 potrà avvantaggiarsi di una continuità nel
percorso educativo e scolastico: i bambini e le bambine potranno,
cioè, studiare nella dimensione di un processo unitario dove si
innestano attività di progettazione e formazione comuni.

La scuola a cui guarda la riforma messa in campo dal Governo è quella
dell’inclusione. Gli svantaggi che caratterizzano la vita quotidiana
delle classi italiane vanno superati: ecco perché è necessario
promuovere percorsi individualizzati, ma anche accogliere e rispettare
le diversità in modo più incisivo. In questo disegno è fondamentale
che anche le famiglie giochino un ruolo da protagonista, favorendone
il coinvolgimento nella comunità scolastica. Questa delega guarda
anche a un tema che oggi si impone nella vita di tutti i giorni:
quella cioè di conciliare in tempi e modi più affidabili e finalizzati alla crescita dei bambini, i
tempi del lavoro e quelli da dedicare alla famiglia.

C’è un punto fondamentale a cui mira infatti questa delega: promuovere la
qualità dell’offerta educativa avvalendosi di personale educativo e
docente con qualificazione universitaria e attraverso la formazione
continua in servizio. A partire dall’anno scolastico 2019/2020,
infatti, l’accesso ai posti di educatore di servizi educativi per
l’infanzia è consentito esclusivamente a coloro che sono in possesso
della laurea triennale in Scienze dell’educazione nella classe L19 a
indirizzo specifico per educatori dei servizi per l’infanzia o della
laurea quinquennale a ciclo unico in Scienze della formazione
primaria. Continueranno ad avere validità per l’accesso ai posti di
educatore dei servizi per l’infanzia i titoli conseguiti nell’ambito
delle specifiche normative regionali quando non corrispondenti a
quelli di cui sopra, conseguiti entro la data di entrata in vigore della legge.

Importante poi è la novità dei Poli per l’infanzia, che accoglieranno,
in un unico plesso o in edifici vicini, più strutture di educazione e
di istruzione per bambine e bambini fino a sei anni di età. Saranno
laboratori permanenti di ricerca, innovazione, partecipazione e
apertura al territorio, anche al fine di favorire la massima
flessibilità e diversificazione per il miglior utilizzo delle risorse,
condividendo servizi generali, spazi collettivi e risorse
professionali.

È inoltre previsto che le aziende pubbliche e private, quale forma di
welfare aziendale, possano erogare alle lavoratrici e ai lavoratori
che hanno figli di età compresa fra i tre mesi e i tre anni un buono
denominato «Buono nido» spendibile nel sistema dei nidi accreditati o a gestione comunale. E’ un buono che non prevede oneri fiscali o previdenziali a carico del datore di lavoro né del lavoratore, fino a un valore di 150 euro per ogni singolo buono.

Infine mi preme in particolare sottolineare che questa delega si intreccia con la proposta di legge 2443 che riguarda la figura professionale degli educatori per i quali è analogamente prevista la laurea L19. Si prefigura così un sistema educativo dov’è il possesso del titolo di studio diventa qualificante per l’attività educativa non più considerata residuale secondaria ma affidata a professionisti competenti.

On. Vanna Iori

07 aprile 2017

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»

DIRE

DIRE.it – Documenti Informazione REsoconti dal 1988