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L’importanza delle parole nella famiglia

Quanta importanza hanno le parole o meglio il parlarsi nella famiglia? Luogo delle origini e spazio interiore, la famiglia è luogo della parola originariamente appresa e di condivisione dei linguaggi. La
parola nella famiglia è innanzitutto parola vissuta. I gesti di cura
familiare hanno inizio nello spazio immateriale delle parole che
“abitano” le relazioni. I caratteri della comunicazione familiare sono
del tutto particolari, diversi da quelli di ogni altro “insieme” di
persone. I legami che collegano, orizzontalmente e verticalmente, i
generi e le generazioni assumono le connotazioni degli affetti e delle
tonalità emotive che si intrecciano nelle diverse sfumature dei
sentimenti: l’amore, la complicità, il rancore, la paura, i sensi di
colpa  e quegli stati d’animo nocivi che possono rendere anche
distruttivi i legami familiari.

Ogni contesto familiare adotta regole interne, anche non esplicitate,
a cui attenersi nella comunicazione: parole che si devono/non si
devono dire, ciò di cui si può/non si può parlare, ciò di cui si parla
ugualmente, anche se negato, ciò di cui non si parlerà mai, eppure è
sempre presente. Ci sono gesti, sorrisi, intonazioni della voce che
accompagnano le parole e solle­vano, coinvolgono o guariscono dalle
ferite; e ci sono le reticenze, le domande sussurrate, gridate o
taciute. Ci sono i “non detti” che turbano, i silenzi densi di
tensione che lasciano segni e inaridiscono i rapporti.

Le grevi atmosfere di disinteresse reciproco generano contesti
familiari in cui predomina la parola impersonale: si accende la tv o
si sta sui telefonini per evitare di parlarsi. Il dialogo è ridotto
all’essenziale. Si comunica distrattamente e solo ciò che serve per
“informare”. Vengono usati i linguaggi banalizzati, impoveriti ed
omologati, inessenziali, opachi, che ripetono sé  stessi senza “dire”,
che non si fanno discorso, che non incontrano l’altro se non per
frammenti di dialoghi equivoci.

Dove le parole della relazione di coppia o genitori-figli sono apprese
dall’esterno, il lessico familiare rischia di assumere i linguaggi
stereotipati della fiction. I ragazzi, per lo più privi di una
grammatica del sentire che sia trasmessa da parte degli adulti (a loro
volta immersi nel diffuso analfabetismo sentimentale) rimangono
incapaci di vivere delle emozioni reali e quotidiane, per la mancanza
delle parole per dire i sentimenti.

Coltivare l’arte del sentire è molto difficile poiché risulta spesso
problematica non solo la consapevolezza, ma la verbalizzazione stessa.
Dare nome a ciò che proviamo lo fa esistere. Trascurati anche perché
temuti, emozioni e sentimenti non trovano parole per essere nominati
(nel senso di “dare nome”). Per ridare dignità alla comunicazione
affettiva familiare è necessario allora prendersi cura delle parole:
non solo di quelle che spiegano, che prescrivono, ma anche delle
parole vissute. Ciò significa non attenersi ad una comunicazione di
mera informazione (dove-vai-con-chi-vai-quando-torni?) dove le
risposte corrispondono più alle attese di quanto i genitori vogliono
sentirsi dire (per una pseudo-tranquillizzazione) che ad una effettiva
risposta esistenziale.

La parola, per essere feconda di legami autentici nella famiglia, deve
essere innanzitutto ascoltata. E all’origine di ogni ascolto c’è il
bisogno di silenzio. Dove non c’è silenzio non c’è neppure parola. La
parola non si contrappone al silenzio, ma ha bisogno del silenzio per
potere risuonare del suo significato e del suo senso. Alla parola
inautentica, anonima, alla chiacchiera del Si impersonale non servono
silenzi, perché non lascia echi e si mescola confondendosi nel brusio
indistinto o nel fragore della quotidianità.

In un rapporto dialogico autentico (e spesso faticoso), può aver luogo
anche il dissenso, la discussione, talvolta il conflitto, ma in uno
sforzo di comunicazione, di andare incontro all’altro per costruire
dimensioni di reciprocità sempre nuove.  La parola può mettere in
comunicazione le dissonanti visioni del mondo e gli stili di
comportamento diversi tra i generi e tra le generazioni. La sfida
educativa per la famiglia attuale è quella di non accontentarsi di
domande e risposte appiattite sul presente, dove manchi la dimensione temporale del futuro e del progetto.

On. Vanna Iori

21 gennaio 2017

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