Le priorità ai diritti umani: garantire l’affettività in carcere a genitori e figli

L’affetto e i legami possono e devono andare oltre le sbarre del carcere. Quelli tra genitori e figli, innanzitutto, perchè i rapporti non possono cessare. Perchè poter vivere la paternità e la maternità è
un diritto per gli adulti, così come lo è per i bambini conservare i legami genitoriali, essenziali per la crescita e lo sviluppo psicologico, affettivo, cognitivo, relazionale, sociale. Come si fa a ottemperare a questo dovere-esigenza? Quali sono le priorità educative?

La genitorialità in carcere si declina nelle storie delle madri con figli piccoli, talvolta partoriti in detenzione, e costretti a trascorrere in istituti penitenziari i loro primi anni di vita. Ma anche in quelle dei padri. Il carcere aggiunge alla solitudine del detenuto la distruzione dei suoi legami familiari e la privazione dei rapporti che desidera mantenere in modo talvolta struggente: abbracciare i figli, ascoltare la loro voce, o semplicemente osservarli. Anche i figli soffrono per la perdita dei legami con i genitori. L’allontanamento improvviso è traumatico per entrambi. Così come la chiusura forzata dei figli piccoli che, incolpevoli, crescono nei luoghi di punizione.

La tutela della maternità e dell’infanzia, sancita dall’articolo 31 della Costituzione, impone di sottrarre i bambini all’esperienza di crescere in una struttura carceraria. Qui si inseriscono le priorità umane, oltre che educative. A iniziare dal fatto che le case-famiglia protette devono essere realizzate fuori dagli istituti penitenziari e organizzate con caratteristiche che tengano conto in modo adeguato delle esigenze
psico-fisiche dei bambini, ispirandosi ai criteri prioritariamente desunti della prospettiva educativa e rieducativa. E’ evidente la necessità, all’interno di queste strutture, di personale con competenze pedagogiche e psicologiche per l’infanzia, per garantire la 
priorità degli aspetti relazionali. In secondo luogo occorre dare vita a un ambiente interno (arredi, abbigliamento, spazi) adatto alle
esigenze dei bambini e al rapporto materno, comprendente aree ricreative dedicate al gioco, anche all’aria aperta, strumenti di controllo compatibili con la prevalente esigenza di tutela del minore
e, per quanto possibile, non visibili o percepibili dallo stesso: adozione di vestiario adeguato da parte del personale operante nelle strutture, con esclusione dell’utilizzo di divise ed uniformi.

Devono essere inoltre assicurati i rapporti con strutture educative esterne e la frequentazione di coetanei, stipulando anche apposite convenzioni con gli Enti Locali, i Comuni o le Associazioni di settore
per accompagnare i figli presso asili nido, scuole dell’infanzia o scuole primarie. Le strutture educative che consentono di giocare e apprendere nei luoghi condivisi costituiscono importanti momenti di
contatto con il mondo extracarcerario dove il diritto fondamentale all’educazione trova momenti di arricchimento e, in molti casi, di tregua serena nella precoce durezza esistenziale a contatto con il dolore e la rabbia della detenzione.

I genitori detenuti infine, contro ogni pregiudizio sulla loro inadeguatezza educativa, pensano di avere comunque qualcosa da insegnare loro, nonostante gli errori commessi, anzi, è proprio a partire da quegli errori, che vorrebbero tutelare i figli.  Essi esprimono le loro preoccupazioni educative soprattutto riguardo alla possibilità di riuscire a riallacciare i rapporti, una volta fuori, rientrati a casa, e di mantenerli. La riconciliazione con sé stessi e con i propri errori è necessaria per accettare il perdono dai figli. La riconciliazione con i figli è facilitata da un accompagnamento educativo durante la detenzione. Altrimenti il rischio è che quel “ritorno a casa” tanto atteso e immaginato durante la detenzione, sia il drammatico inizio di nuovi comportamenti delinquenziali anziché la effettiva riabilitazione umana e sociale che legittimi pienezza esistenziale ai vissuti della genitorialità.

On. Vanna Iori

08 dicembre 2016

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