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Lavoro sociale e sanitario, come prevenire il burnout

Un carico eccessivo di lavoro, la prolungata permanenza a contatto con
situazioni di disagio esistenziale, malattie, disabilità fisica e mentale, può a volte superare la soglia della capacità degli operatori di far fronte alle difficoltà emotive nel coinvolgimento  e sfociare nel burnout. Dal gestibile all’ingestibile. Dall’autoconsapevolezza
alla sindrome.

I soggetti più a rischio sono sicuramente gli operatori sanitari, sociali ed educativi. Dalla salute ai servizi educativi, dalle tossicodipendenze
alle disabilità, dal sistema penitenziario all’immigrazione, per
passare, non ultimo, ai lutti: sono loro a dover cercare di individuare, quotidianamente, un delicato equilibrio per non farsi travolgere dalla dimensione  emotiva che è insita nel proprio lavoro.

È proprio il reiterato e coinvolgente contatto con la sofferenza, il prolungarsi della tensione emotiva professionale anche nella dimensione personale, dall’incerto confine tra lavoro e vita privata, tra fragilità proprie e rispecchiamento nelle fragilità degli altri. Che sono pazienti, utenti, clienti, ma sempre persone. 

Le cause che sono alla base del burnout non sono i sentimenti,
positivi o negativi che essi siano, bensì l’impossibilità di
elaborarli” e la mancanza, nelle strutture lavorative, di spazi e
tempi che permettano agli operatori l’espressione dei vissuti e dei
significati legati all’assunzione quotidiana di una parte di
sofferenza dei soggetti con cui entrano in relazione. La censura
dell’emotività deriva da un modello di professionalità neutra e
impersonale, ereditato e interiorizzato dagli operatori e che
determina il funzionamento dell’équipe. I comportamenti degli
operatori vengono razionalizzati dal discorso professionale e
“progettati” per andare a convergere sulla “finalità di cura”, sugli
obiettivi del servizio e sugli obiettivi individuali dei singoli
utenti.

Pensare di eliminare o di sopprimere i sentimenti è però sbagliato. La
negazione o rimozione non ammette spazio ai sentimenti, non dà voce
alle emozioni, non attribuisce significato a una parte importante dei
compiti professionali. Può essere molto pericoloso, per il lavoro di
cura, essere investiti da sentimenti soffocati o ignorati o mal
governati, piuttosto che assumerne consapevolezza e utilizzarli come
elementi costitutivi della professionalità stessa. Non riconoscerli e
non nominarli può far credere di tenerli sotto controllo, ma porta
certamente a manifestarli in forme non sempre corrette o compatibili
con le funzioni professionali e, soprattutto, con le proprie risorse
emotive.

Il rischio di un analfabetismo emozionale, negato o rimosso con più o
meno arroganza, impone i suoi limiti e le sue gravi insufficienze
proprio in quei contesti in cui sarebbe necessario comprendere le
emozioni dell’altro e saper esprimere le proprie, per non restare
paralizzati da incomprensibili problemi di comunicazione.

Servono occasioni iniziali e permanenti di educazione ai sentimenti
per prendere confidenza con le emozioni che il proprio lavoro comporta e quindi imparare a stare meglio emotivamente, dato che in buona misura, la ‘salute’ dell’organizzazione di un servizio dipende,
circolarmente, dalla salute dei suoi operatori. Gli anticorpi per non
cadere nel burnout ci sono. E vanno attivati prima che sia troppo
tardi.

On. Vanna Iori

19 ottobre 2016

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