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La fase due del Dopo di noi per i progetti di vita delle persone fragili

Frequentare un corso in piscina o andare al cinema, prendere un gelato o ascoltare una musica. Desideri comuni, facilmente realizzabili, ma che diventano sogni quasi irraggiungibili per le persone fragili, in primis per chi è in situazione di disabilità, quando non ha una famiglia al proprio fianco. A loro guarda la legge sul Dopo di noi, che rappresenta un
passo importante nel lungo percorso dell’autodeterminazione di chi
vive in condizioni svantaggiose, di chi si ritroverà, un giorno, da solo. Ora il Dopo di noi si può apprestare a vivere una seconda fase  e aggiungere  un nuovo step nelle politiche e nelle azioni di tutela e assistenza.

Un progetto pilota, a Reggio Emilia, potrà costituire una nuova opportunità per queste persone . Il Consiglio comunale infatti ha approvato una mozione per l’istituzione del registro dei progetti di vita delle persone fragili. La legge sul
Dopo di noi ha tracciato un solco importante, quello della possibilità
dell’autodeterminazione, introducendo uno strumento di grande importanza, il trust e l’amministratore di sostegno: la possibilità, cioè, per i genitori di trasferire i beni, mobili e immobili, ai propri figli, potendo usufruire di sgravi
fiscali. Si apre quindi alle persone in condizione di fragilità la
possibilità di godere di beni che sono loro cari, a iniziare dalla
propria abitazione, oppure di essere ospitati in case-famiglia ocomunque in gruppi appartamento che consentano una cura individualizzata delle persone.

La mozione di Reggio Emilia rappresenta un naturale proseguimento del percorso
tracciato in Parlamento: il progetto di vita, infatti, è un documento che afferma l’importanza di dare ascolto a bisogni, desiderata e aspirazione delle persone fragili in modo da tutelare la loro volontà, soprattutto quando si ritroveranno soli per la scomparsa dei genitori o dei familiari. Ciò significa che è sempre possibile, ed è anzi un
fondamentale compito politico, individuare in qualunque situazione
(anche apparentemente priva di prospettive) la possibilità per un
progetto. Nella prassi quotidiana dell’aver cura, spesso vissuta nelle
penombre dove si accompagnano i percorsi esistenziali dei soggetti con
disabilità gravi, occorre non rinunciare a scoprire in queste persone
una possibilità esistenziale, anche oltre ogni apparenza contraria.

Questa dimensione del progetto di vita va quindi sostenuta con coraggio e determinazione, tenendo ben presente l’importanza di coniugare le due dimensioni della cura: quella medica del “to cure” con il “to care”, il prendersi cura, l’aver cura della persona e del suo
progetto di vita. In questo modo si offre alle persone con disabilità un’autentica
opportunità di dignità esistenziale.

Quella del to care è una dimensione che pone al centro lo sguardo, che
è il fondamento primo della cura. Chi non ha occhi per vedere non ha l’intelligenza del cuore per provare quella compassione che apre alla cura. Ma chi non ha
sviluppato l”attitudine alla compassione non sa vedere. L’aver
compassione indica una com-mozione che esprime un”esperienza affettiva
in cui vedere e sentire sono un tutt”uno: si tratta di un vedere che
non può restare estraneo, ma anzi mette in grado di «farsi prossimo».

Questo sguardo è ancora più difficile nei confronti delle persone con fragilità che chiamano in causa le nostre stesse fragilità e il rispecchiamento.

Chi non si lascia interpellare dall”inquietudine verso la chiamata
dell”altro, non si prende cura di lui perché in realtà non lo vede;
getta uno sguardo indifferente o distratto che esprime l”in-curanza e
“passa oltre”. L’etica dello sguardo è perciò necessaria per assumere
la responsabilità del veduto facendosi carico di una risposta.

On. Vanna Iori

31 ottobre 2017

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