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Istat, l’urgenza di rispondere alle povertà minorili

Ci dice l’Istat che la povertà assoluta in Italia è una condizione che
interessa oggi circa 4,5 milioni di persone che vivono nel nostro
Paese. E i dati del rapporto sul benessere equo e sostenibile mettono
in luce che il Mezzogiorno soffre di più: il rischio di povertà coinvolge il 34% dei residenti, il triplo rispetto al Nord. Leggendo questi numeri si pensa alla povertà materiale, quella che si configura, ad esempio, come l’impossibilità di avere a disposizione un pasto proteico durante la settimana. Ma la povertà non è solo quella che si misura con il metro del reddito a disposizione. La povertà, o
meglio le povertà, si declinano in numerose sfaccettature.

Guardare alle povertà, e in particolare a quella educativa, è oggi
prioritario per un Paese che non può lasciare indietro una parte
importante dei suoi cittadini, spesso i bambini, e cioè l’investimento per il futuro che più dovremmo tutelare. La povertà educativa è mancanza di diritti, di istruzione e di opportunità formative, di vacanze, di cinema, di libri, di spazi per giocare. Ma povertà educativa è anche sinonimo di impoverimento progettuale, educativo, esistenziale, dissoluzione del tessuto solidaristico, chiusura familiare nel guscio dell’isolamento, che rende più difficile individuare le invisibili criticità interne ai nuclei cosiddetti “normali”.

Di fronte a questo scenario come si può intervenire per contrastare un
fenomeno che l’Istat certifica come crescente? La politica può e deve
fare molto. Lo ha iniziato il governo presieduto da Matteo Renzi. Ed anche nell’ultima legge di bilancio l’aumento delle risorse per la lotta alla povertà e per le famiglie con figli minorenni o disabili, sono l’asse portante della manovra. Un’alleanza per contrastare in specifico il preoccupante fenomeno della povertà educativa è stata già messa
in campo dalle Fondazioni bancarie e dal Governo che, con
apposite agevolazioni fiscali previste nella legge di stabilità, ha
voluto incentivare l’ulteriore impegno delle Fondazioni su questo
fronte destinato “al sostegno di interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori”. Le Fondazioni lo alimenteranno con circa 120 milioni di euro all’anno per tre anni.

Un impegno importante, ma non basta. Nel nostro Paese quasi la metà
dei minori in età scolare non ha mai letto un libro, se non quelli di
studio, il 70% non ha mai visitato un sito archeologico, il 55% un
museo, il 45% non ha svolto alcuna attività sportiva. Occorre mettere
in campo una strategia su più fronti per affrontare l’emergenza povertà
educativa. Sono innanzitutto fondamentali interventi precoci e
investimenti sull’istruzione prescolastica e sul prolungamento del
tempo scuola: esperienze e attività importantissime per compensare gli svantaggi socio-economici familiari.

Ci sono poi versanti educativi completamente scoperti. Ad esempio
mancano servizi di sostegno al ruolo genitoriale, presenti in molti
Paesi europei. Particolarmente urgente è l’affiancamento genitoriale
nelle separazioni di coppia. Il fenomeno è diffusissimo e in aumento
costante: sono circa 70mila i minorenni che vivono ogni anno
l’esperienza separativa dei loro genitori, eppure non esistono servizi
strutturati per aiutare i genitori a preservare i figli dai loro
conflitti e dalle trappole delle alleanze. In molti casi, anzi, i
figli sono usati come strumenti di vendette e rancori di coppia.

Ma ancora più gravi sono le povertà che si spingono fino alla prostituzione minorile, alla esposizione ai pericoli della Rete per i ragazzi lasciati soli davanti a strumenti potenzialmente pericolosissimi veicoli di cyberbullismo o pedopornografia. In questo quadro di infanzie a rischio è essenziale privilegiare strategie di integrazione tra i servizi per far fronte all’aumento dei bisogni e alla diminuzione delle risorse. Bisogna cioè offrire servizi integrati, sia mirati direttamente ai
bambini sia diretti alle famiglie e alle comunità territoriali. Le
nostre politiche socio-educative sono ancora troppo carenti e
frammentarie. L’integrazione di risorse, di competenze e di
responsabilità può arricchire il sistema del welfare educativo, accrescere il benessere educativo e perseguire quindi lo sviluppo di civiltà del nostro Paese.

On. Vanna Iori

17 dicembre 2016

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