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Gli spasmi di Forza Italia: Salvate il soldato Brunetta

Fateci caso: da alcuni mesi a questa parte Forza Italia è come preda di uno strano incantesimo. Qualsiasi cosa faccia, qualsiasi strategia metta in atto o più semplicemente –  visto che di strategia in questi mesi se n’è vista poca… – qualsiasi risposta dia alle fastidiose domande che la politica quotidianamente pone, e che se Berlusconi potesse scanserebbe sistematicamente (votare o non votare la sfiducia individuale al ministro Boschi? Andare o non andare sul palco con Salvini a Bologna? Marchini o Meloni a Roma?), Forza Italia sbaglia sempre. E ogni volta riesplodono le polemiche e le divisioni, giungendo perfino a lambire il trono di Silvio e a provocare (udite udite) la richiesta di ‘costituzionalizzazione’ della monarchia di Arcore (richiesta già respinta per la verità in passato con il coro soddisfatto di molti che oggi si scoprono democratici). Eppure Fitto se ne è andato rumorosamente e, più silenziosamente, se ne è andato anche Verdini, portando con sé le ragioni di un patto repubblicano (quello del Nazareno per la modernizzazione del Paese e la fine della ‘guerra civile’) e anche l’unica parvenza di linea politica che Forza Italia abbia avuto negli ultimi tre anni.

E allora, perché se i traditori e i rompiscatole se ne sono andati, questo continuo dilaniarsi? Perché è chiaro che se Berlusconi non fosse andato sul palco a Bologna, sarebbero insorti gli ultras antirenziani e se avesse ottenuto soddisfazione sul voto per i giudici costituzionali qualcuno avrebbe gridato all’inciucio e al nuovo Nazareno come – se ci pensate – è già accaduto ai tempi dell’elezione del Cda Rai. E se Berlusconi non schierasse il partito sulla mozione di sfiducia al governo, leghisti e lepenisti nostrani insorgerebbero parimenti.

È davvero vittima quel partito che fu di quasi quattordici milioni di persone di un incantesimo maledetto? No, non è un incantesimo: il punto è che, come talvolta accade anche in questo strano Paese, le regole si autoapplicano e la politica qualche straccio di regola ce l’ha ed ha pure una sua forza. E allora va riavvolto il nastro, tornando indietro, ma non alla rottura del patto del Nazareno (che sennò mi date del nostalgico) ma all’8 dicembre del 2013 quando un giovane e rampante politico della provincia di Firenze di origine post Dc si è impossessato di un partito di sinistra-centro e lo ha progressivamente spostato verso il centro dello schieramento politico. Bastarebbe consultare i sondaggi che circolano sull’attuale autocollocazione degli stessi elettori del partito democratico per comprenderlo. Pensare che questo spostamento non provochi terremoti nell’area centrale dello schieramento, è come pensare che la politica, che pure non sta tanto bene, è finita.

Forza Italia, con il patto del Nazareno era rimasta ancorata ad una visione moderata e liberale della società e Berlusconi, con la sua personalità e con la sua attratività elettorale, ha rappresentato un argine all’espansione di Renzi verso l’area moderata. Rotta quella diga, per ragioni che non sto a qui ad indagare, poteva solo fare quello che ha fatto, spostarsi a destra e trasformare Forza Italia da partito di centro-destra a partito di destra-centro. Con una aggravante: che un soggetto politico da sempre alleato e fino all’anno scorso fondato su una dimensione territoriale, fuori dallo schema tradizionale destra-sinistra (un tempo ci fu chi lo definì ‘una costola della sinistra’), la Lega di Salvini, si è evoluto (o involuto se preferite) in un partito nazionale e di destra, andando a presidiare un campo dove ha buon gioco a usare le armi del populismo demagogico che a Forza Italia sono (sarebbero) precluse. Il dramma di Forza Italia è che non solo è venuto meno per effetto di questo duplice terremoto lo spazio politico, ma sono altresì emerse tutte le contraddizioni del caso. Perché questi sommovimenti sommariamente descritti hanno spaccato i berlusconiani ben oltre la faglia di Fitto e di Verdini: Brunetta e Romani, per chiarezza e semplicità, non litigano per idiosincrasie personali, ma perché non sono più dello stesso partito.

Per questo oggi non ha senso prendersela con Brunetta, che attua per la verità con coerenza la sua linea di sempre: chi scrive provò a contrastarla insieme ad altri colleghi quando – vigente il patto del Nazareno – egli lavorava giorno e notte e da capogruppo, contro la linea ufficiale avallata da Berlusconi. Dopo la rottura di quel patto, Brunetta fa il suo, ma non è per sua responsabilità che molti parlamentari se ne sono andati, ed oggi gli amici forzisti in fermento farebbero un ulteriore errore a concentrare il loro malessere sul capogruppo. Non è a Roma cioè che devono guardare, ma un po’ più a nord. Verso Arcore.

On. Massimo Parisi

18 dicembre 2015

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