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Giovani, se le domande di senso rimangono senza luoghi dove trovare risposte

Il dramma di Alatri, che ha visto protagonista un giovane massacrato
dal branco fuori da una discoteca, pone molti interrogativi e, come
altre episodi di devianza giovanile che caratterizzano le cronache dei
nostri giorni, ci interroga su questa generazione: quali i luoghi frequentati, perchè violenza e disagio
sono aumentati negli ultimi anni in una sorta di escalation che sembra
non avere fine sia in termini quantitativi che qualitativi. La
violenza dei giovani e tra i giovani si è fatta più efferata, priva di
coscienza, lontana anni luce dai valori sani e positivi che dovrebbero
orientare questa fase della vita, seppur difficile e precaria.

Il boom dei social network e dei programmi di messaggeria istantanea
sugli smartphone mettono in evidenza una tendenza consolidata tra i
giovani di oggi che prediligono le chat agli incontri dal vivo. Questo
perché mancano spesso luoghi di ascolto e di aggregazione, sempre meno
presenti nelle città così come nei piccoli centri non urbani. I luoghi
di socializzazione che vengono prediletti sono appunto le discoteche,
di fatto dei non-luoghi, dove prevalgono le dimensioni dell’estetica,
della sopraffazione, dello sballo a tutti i costi.

Ecco perché oggi è prioritario chiedersi come costruire spazi capaci di ricevere le domande
degli stessi adolescenti. L’identità giovanile è di difficile definizione e non è certo semplice
capire i valori di riferimento, i bisogni, le scelte, le domande, individuare le
esperienze che possono essere significative, e soprattutto costruire
progetti. Da quali segmenti della società i giovani desumono i loro
comportamenti? Dalla famiglia, dalla scuola, dal lavoro, dai media,
dai pari? E quali sono i criteri attraverso cui  si muovono  per
orientarsi nella società ed integrarsi o per contrastarla o, come in molti casi, allontanarsene? Quali
itinerari percorrono o tracciano essi stessi? Quali sono i modelli che contribuiscono allo sviluppo
della loro identità e al senso delle loro vite? E, ancora più radicalmente, si potrebbe porre
l’interrogativo: esistono ancora modelli tramandabili ai giovani?

La crisi dei senso è anche legata al nostro vivere in una società in
cui i cambiamenti sono così rapidi  che si è modificato il senso della
appartenenza alla storia, ovvero del nostro radicamento nel passato e
della proiezione nel futuro. Il legame che accomunava in passato le
generazioni era proprio questa “eredità” di valori che venivano
rivisti o riaggiustati, ma che comunque, nel modificarsi da una
generazione all’altra, costituivano anche un filo di continuità tra le
generazioni. Ora questo processo si è spezzato, e diventa più
difficile per tutti  porre domande al passato ed al presente,
individuare risposte e renderle operanti in un contesto sociale così
mutevole e differenziato.

Per costruire spazi di ascolto reali è fondamentale innanzitutto
creare spazi per una progettualità giovanile. Non si tratta soltanto
di pensare a costruire  progetti “per” i giovani quanto di favorire
occasioni, luoghi, esperienze che facilitino nei giovani la
costruzione di progetti di sè, di progetti di senso per la propria esistenza.
Perdere la dimensione progettuale significa infatti perdere la
capacità di pro-gettarsi nel futuro, di concepire speranze, utopie,
cambiamenti. E questo sarebbe un danno gravissimo per tutta la
società. Significherebbe un appiattimento nel presente che non sa
guardare avanti. Restituire ai giovani  il futuro significa recuperare
quelle dimensioni di vita che hanno a che fare con l’impegno, le
scelte, il coraggio, la speranza. Significa recuperare la coscienza
del tempo e della appartenenza alla storia,  individuale e sociale.

E’ necessaria una diffusa azione sociale per contrastare l’isolamento
e l’indifferenza reciproca. Il recupero del “noi”, delle relazioni
sociali che rivestano un senso, comporta il superamento
dell’indifferenza sia per l’altro che è accanto a noi, sia per quell’altro più vasto che è la società. La
socializzazione si traduce così in un essere “insieme” agli altri
nella crescita come individui autonomi che esercitano il proprio
diritto alla dignità umana, sociale e civile, anziché essere “accanto”
ma soli, senza una reale condivisione di esperienze
significative.

Occorre rafforzare le esperienze di comunicazione con gli
altri e con se stessi, poichè si può essere in relazione autentica con
gli altri soltanto se si è in relazione autentica con se stessi.
Preoccupante è sia l’incapacità dei giovani di stare da soli e il
bisogno di ricercare una ipersocializzazione virtuale nella rete, sia l’incapacità opposta
di uscire dall’isolamento. Se si riesce a trovare risposta
all’esigenza di stare soli con i propri  vissuti e anche con le
proprie inquietudini, si deve, d’altro canto, trovare risposta anche
all’esigenza di condividere con gli altri i propri pensieri e
sentimenti.  La comunicazione implica luoghi di ascolto per i giovani
che, anche sotto la scorza più apparentemente dura di spavalderia,
hanno bisogno di essere presi sul serio, di essere ascoltati, in modo
non frettoloso e distratto. Il disagio giovanile, soprattutto quello
che non è ancora esploso in forme conclamate (assai più difficili da
recuperare) ha principalmente bisogno di essere ascoltato.

Infine è decisivo che uno spazio giovani come luogo fisico e simbolico
sia inserito permanentemente in una rete tra servizi socio-educativi (innanzitutto
la scuola aperta) per individuare e creare spazi di
aggregazione che facciano percepire l’esperienza di
“radicamento” nel territorio, di appartenenza al quartiere, per
suscitare il senso dell’abitare il territorio di appartenenza,
rendendo sempre più solide le reti relazionali in contesti educativamente connotati.

On. Vanna Iori

31 marzo 2017

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