Esibire le pagelle non è la dimostrazione pubblica del successo educativo dei genitori

“Filippo, massimo dei voti in pagella e ovviamente promosso! Sei il migliore della classe. Orgoglio di mamma”. Filippo, nome di fantasia, è solo uno dei figli-protagonisti dei post che tanti genitori hanno pubblicato su Facebook in concomitanza con la fine dell’anno scolastico e la pubblicazione delle pagelle. Toni trionfalistici e soprattutto autocelebrativi, quelli utilizzati da madri e padri che hanno deciso di vivere così questa esperienza, facendo prevalere l’orgoglio del più bravo, del migliore.

Il fenomeno, molto diffuso, della pubblicazione delle pagelle scolastiche sulla Rete, reca con sé numerosi interrogativi e zone d’ombra che caratterizzano oggi la sfera della genitorialità. Dietro la volontà di rendere pubbliche e condivisibili le pagelle con voti 
brillanti si nascondono, infatti, vari fattori che meritano una riflessione. A iniziare dal fatto che spesso dietro questi post si nasconde
l’insicurezza di chi oggi ricopre il ruolo di genitore. La pagella diventa così uno strumento che appaga l’ansia, magari vissuta durante tutto l’anno scolastico, non tanto e non solo per il rendimento
scolastico dei propri figli, quanto quella relativa all’adeguatezza alle responsabilità genitoriali. E’ come se la pagella fosse la prova del fatto che anche i genitori hanno fatto il loro dovere, accompagnando i propri figli in modo adeguato, magari aiutandoli a fare i compiti. Il successo scolastico dei figli diventa una dimostrazione pubblica del proprio successo educativo.

La volontà spasmodica dei genitori di pubblicare online una bella pagella dei propri figli è quello di esprimere la conferma della propria autorealizzazione, magari per appagare l’insoddisfazione
che pervade un numero sempre più crescente dei genitori di oggi. Così 
i figli diventano destinatari degli investimenti di sogni e ambizioni personali. Una dinamica fuorviante e non scevra di pericoli perché caricare i propri figli di aspettative proprie, prescindendo dalla volontà e dalla libertà individuale, può far maturare dentro i ragazzi comportamenti e atteggiamenti di insicurezza soprattutto durante l’età adolescenziale, di bisogno di accontentare i genitori con la propria riuscita scolastica.

Dentro queste pericolose dinamiche relazionali tra genitori e figli che si manifestano nell’esibizione delle pagelle c’è ben altro. La necessità di ridare dignità alla comunicazione affettiva
familiare è molto più importante e duratura delle votazioni scolastiche. Prendendosi cura delle parole: non solo di quelle che spiegano, che prescrivono, ma anche delle parole vissute. I caratteri della comunicazione familiare sono del tutto particolari, diversi da quelli di ogni altro “insieme” di persone. 

I legami che collegano, orizzontalmente e verticalmente, i generi e le generazioni assumono le connotazioni degli affetti e delle tonalità emotive che si intrecciano
nelle diverse sfumature dei sentimenti: l’amore, la complicità, il rancore, la paura, i sensi di colpa  e quegli stati d’animo nocivi che possono rendere anche distruttivi i legami familiari. Ogni  contesto familiare adotta regole interne, anche non esplicitate, a cui attenersi nella comunicazione: parole che si devono/non si devono dire, ciò di cui si può/non si può parlare, ciò di cui si parla
ugualmente, anche se negato, ciò di cui non si parlerà mai, eppure è sempre presente. Ci sono gesti, sorrisi, intonazioni della voce che accompagnano le parole e solle­vano, coinvolgono o guariscono dalle ferite; e ci sono le reticenze, le domande sussurrate, gridate o taciute. Ci sono i “non detti” che turbano, i silenzi densi di tensione che lasciano segni e inaridiscono i rapporti. 
Tutto questo c’è dietro quelle pagelle esibite. E quanto di comunicazione autentica si nutre nelle relazioni interne e intime della famiglia?

Le grevi atmosfere di disinteresse reciproco spesso generano contesti
familiari in cui predomina la parola impersonale: si accende la TV per
evitare di parlarsi. Il dialogo è ridotto all’essenziale. Si comunica
distrattamente e solo ciò che serve per “informare”. Vengono usati i
linguaggi banalizzati, impoveriti ed omologati, inessenziali, opachi,
che ripetono sé  stessi senza “dire”, che non si fanno discorso, che
non incontrano l’altro se non per frammenti di dialoghi equivoci. Dove
le parole della relazione di coppia o genitori-figli sono apprese
dall’esterno, il lessico familiare rischia di assumere i linguaggi
stereotipati della fiction. I ragazzi, per lo più privi di una
grammatica del sentire che sia trasmessa da parte degli adulti (a loro
volta immersi nel diffuso analfabetismo sentimentale) rimangono
incapaci di vivere delle emozioni reali e quotidiane, per la mancanza
delle parole per dire i sentimenti. Coltivare l’arte del sentire  è
molto difficile poiché risulta spesso problematica non solo la
consapevolezza, ma la verbalizzazione stessa. Dare nome a ciò che
proviamo lo fa esistere. Trascurati anche perché temuti, emozioni e
sentimenti non trovano parole per essere nominati (nel senso di “dare
nome”). La cura delle parole è importante. E la soddisfazione che si
può generare da questa cura relazionale va ben oltre quella che scaturisce dalla pubblicazione della pagella sulla Rete.

On. Vanna Iori

18 giugno 2017

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