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Educare alla morte per saper stare nella precarietà della vita

Tra poco si spegneranno le luci sulle immagini e sui dibattiti. E Dj Fabo, che ha fatto ricorso al suicidio assistito in Svizzera, avrà aggiunto per tutti una riflessione non solamente sull’autodeterminazione, cioè sulla libertà/volontà di porre fine alla propria esistenza, ma anche sui concetti stessi di vita e di morte. Dove siamo soli con le nostre paure e le nostre fragilità.

Gli atteggiamenti più diffusi davanti alla morte si sviluppano innanzitutto tra i due poli di paura e fuga, da un lato, e di ricerca della spiegazione causalistica e scientifica, dall’altro. Entrambi allontanano dalla consapevolezza del limite e ostacolano quella “educazione alla morte” che è indispensabile per una autentica “educazione alla vita”. Dj Fabo ha mostrato determinazione e coraggio, spinto dalle sue condizioni fisiche ed emotive oramai allo stremo. Ma come (ci) si educa alla morte?

Partiamo dalla fuga. Il primo atteggiamento si traduce nei molteplici
riti individuali e collettivi (il tabù del cadavere, gli scongiuri, le
stesse cerimonie funebri) che esprimono questa fuga inautentica
davanti alla morte, o meglio, davanti alla sua oggettivazione (cioè al
decesso) esorcizzandola, coprendola, allontanandola dalla nostra vita.
Corrisponde ad un analogo atto fuga e diniego della morte anche la sua
spettacolarizzazione: è questa la morte che entra nelle nostre case
attraverso le immagini cruente dei tg o attraverso i film, una morte
in diretta che suscita curiosità pur lasciandoci indifferenti nelle
nostre vite, nel nostro prender cibo davanti alle immagini di persone
morenti o a cadaveri, perché viene presentata come un fatto che
riguarda “altri” e non ci tocca, che ci fa sentire “al riparo”.

 

Così le immagini esibite da tutti i tg in modo quasi provocatorio e sfacciato quasi usando le poiché non sembra prevalere il rispetto per il dolore che richiede silenzio. Questa esibizione in fondo è dettata dai modi della paura, dell’orrore, del cinismo, del pettegolezzo (e comunque mai della pietà) non ci mettono mai in contatto autentico con noi stessi di fronte all’interrogativo autentico sul perché della morte nell’esistenza umana.

Eppure trovarci davanti al nostro limite significa assumere come
componente fondamentale della nostra esistenza la morte, già presente
in noi nella sua ineluttabilità, e accettare il nostro destino di
finitudine. Perciò la libera accettazione della vita è anche
accettazione del suo estremo poter-essere, la morte. Da questa
accettazione del nostro essere-per-la morte può venire un
atteggiamento di “accompagnamento” al morire che non sia di
occultamento o di spiegazione causalistica, ma di libertà. Può
apparire un paradossio, quello posto da Heidegger, ma la libertà più
profonda è allora la libertà-per-la-morte.

La libertà-per-la-morte non è un’esperienza grettamente
individualistica che isola l’uomo e lo conduce al nichilismo. Al
contrario è proprio nella consapevolezza interiore del nostro limite
che è possibile entrare in sintonia con l’umanità tutta, comprenderla
in termini non superficiali e banali, ma autenticamente aperti alla
conoscenza e alla condivisione.

Di fronte al dolore e alla morte è difficile trovare risposte
all’eccesso di coinvolgimento o di distanza rispetto al turbamento
emotivo che deriva da un Tu sofferente. L’angoscia, a differenza della
paura, non parla in noi secondo i linguaggi del turbamento esteriore,
ma secondo il silenzio interiore davanti al senso della morte che è la
nostra più sincera scoperta.

Se non si comprende la vita non si può interpretare la morte. E
viceversa. L’una e l’altra non possono essere interpretate
separatamente né possono essere comprese solo razionalmente, poiché i
nostri quotidiani moduli di pensiero non concorrono a dis-velare il
mistero dell’umano.

Gli interrogativi sulla fine e l’apertura all’angoscia diventano, in
questo senso, degli strumenti della solidarietà umana e della pietas,
in quanto consentono di ritrovare se stessi e di proporsi più
positivamente ed autenticamente nell’esistenza, in relazione con gli
altri, nel condividere l’esperienza comune di un’esistenza
contrassegnata dalla finitudine.

On. Vanna Iori

01 marzo 2017

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