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Donna, che corpo vogliono che io sia?

Provincia di Siena: prende a botte la figlia tredicenne che si rifiutava di portare il velo, leggere il Corano e imparare la lingua araba. Bologna i genitori le hanno rasato i capelli perchè rifiutava di indossare il velo. Bassano del Grappa, provincia di Vicenza: picchiata dal padre e allontanata dalla famiglia a 15 anni perché non voleva indossare il copricapo della religione islamica. Episodi di intolleranza, di mortificazione, di annullamento della dignità personale. Ma queste
storie, insieme a tante altre che si verificano non solo in Italia, hanno un comune denominatore: l’annullamento del corpo femminile.

Non è una questione legata alla religione. Il tema del corpo della donna, infatti, investe anche la figura femminile che i media, e non solo, hanno di fatto imposto in modo speculare e contrario in Occidente: quella della donna-vetrina.

La questione è: sono il corpo che voglio essere o sono il corpo che
gli altri vogliono che sia? È da questo interrogativo che passa la
possibilità, per la donna, di non veder svilire il suo corpo,
di evitare che esso venga relegato nella dimensione di corpo-cosa.
Per non rendere definitivo il passaggio da soggetto a oggetto, il
corpo della donna ha bisogno di recuperare la sua autenticità e di non
rimanere soggiogato da costrizioni imposte dalla società.

Cosa significa “essere” un corpo, piuttosto che “avere” un corpo?
L’avere implica una concezione della corporeità come possesso che
riduce il corpo  a oggetto, e quindi lo priva della dignità insita
nell’essere un corpo-persona umana esistente. Prini afferma che “il
nostro corpo siamo noi stessi”  e quindi non possiamo fare del corpo
un uso che si addica alle cose (manipolarlo, sfruttarlo, venderlo e anche nasconderlo), poiché così facendo vendiamo o manipoliamo noi stessi. Così come in Merleau-Ponty leggiamo “io non sono di fronte al mio corpo, ma sono nel mio corpo, o meglio, sono il mio corpo”. Ciò si traduce nell’istanza di salvaguardare sempre la dignità del corpo, contro ogni forma di sfruttamento, di negazione, di enfatizzazione o di violenza, comprese quelle psicologiche.

La donna ha avuto ed ha generalmente un rapporto non facile con il
corpo, a causa di   tutti i condizionamenti culturali che ancora
caratterizzano i processi formativi dell’identità femminile sessuata.
La consapevolezza di sé non sempre si alimenta nel processo di
assimilazione dei modelli femminili e nel succedersi di interventi
educativi: la donna diventa il suo essere corpo sessuato attraverso i
comportamenti trasmessi ed i valori assegnati al sesso di appartenenza
dalla cultura dominante e dall’immaginario collettivo.

I condizionamenti della cultura androcentrica hanno reso difficile,
per le donne, esprimere la propria corporeità al di fuori degli schemi
ai quali esse vengono tuttora continuamente ricondotte. Nelle immagini di sé e della sua corporeità, la donna reale e concreta  si trova già consegnata ad una immagine codificata dai media o dalla cultura di appartenenza. Corpo rifatto rimodellato, esibito, mercificato, aderente ai canoni del momento per apparire come? Come piace agli uomini. Sia che il corpo venga esibito nelle sue nudità, sia che venga occultato da un velo, in ogni caso si tratta sempre di negare il proprio corpo-persona per corrispondere ad una decisione presa da “altri” sul corpo femminile.

Le giovani donne sono veramente autrici di scelte libere riguardo alla propria corporeità? Come scriveva Miriam Mafai, non è detto che vi sia più libertà nella esibizione di sé, di quella che costringe al velo. C’è un burka materiale ma anche un burka invisibile che lascia vedere il corpo ma occulta la donna. Uscire da questa dimensione significa riscatto, legittimazione di sé, totale e autentica padronanza del proprio corpo e, con esso, della propria identità.

On. Vanna Iori

13 aprile 2017

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