Condividere un progetto per trovare la giusta distanza nel lavoro di cura

Nell’incontro con le persone in difficoltà, la capacità di ascolto dell’altro non è meno importante della capacità di ascolto di sé. Anzi, quest’ultima è necessaria per comprendere correttamente l’altro, senza attribuire a lui ciò che sentiamo. Mantenere la distinzione tra la propria vita emotiva e quella delle persone vulnerabili è un requisito professionale indispensabile quando si ha a che fare con la
cura dell’altro. Il rischio, infatti, è che quando il coinvolgimento assume carattere di fusionalità e immedesimazione, allora diventi un ostacolo nella comprensione dei bisogni dell’altro.

Un primo requisito per trovare una corretta ed efficace vicinanza nasce dalla capacità di distinguere ciò che proviamo noi da ciò che provano gli altri. Apparentemente è una distinzione ovvia: i nostri sentimenti non sono quelli degli altri, ma in pratica è molto frequente la confusione tra i nostri vissuti e quelli che noi attribuiamo agli altri. La comprensione dell’esperienza emotiva degli altri procede di pari passo con l’attivazione della propria. Soltanto dopo aver richiamato la differenza è possibile distinguere quali sentimenti vengono attribuiti agli altri, in una sorta di immedesimazione spontanea e inconsapevole, e quali sono “originariamente” degli operatori.

Troppo vicino o troppo lontano sono sempre campi deformanti della realtà. Come nella messa a fuoco del campo visivo non vediamo bene se ci avviciniamo troppo e se ci allontaniamo troppo. Lo stesso avviene nelle professioni di cura (educativa, sociale o sanitaria) che rischiano di essere “sfocate” se non sanno trovare la “giusta distanza” nelle relazioni.

La necessità di una distinzione emotiva tra ciò che sente chi si prende cura e ciò che sente e manifesta la persona destinataria dell’attività di cura porta allaconsapevolezza condivisa di quanto sia difficile un equilibrio tra l’eccesso di immedesimazione (dove il tu e l’io appaiono indistinti) e la fuga nella presa di distanza, fino a trasformarla in distacco. Può accadere infatti che la sensazione di fallimento professionale (spesso scaturita dalla frustrazione del sentimento di onnipotenza iniziale) si acuisca quanto più ci si sente invischiati e accresca il bisogno di prendere le distanze.

La distanza è spesso percepita come una questione personale, che si gestisce giorno per giorno, a seconda delle situazioni e degli stati d’animo. Nella consapevolezza che ha più bisogno di marcare la
distanza chi più teme di avvicinarsi a se stesso, prende forma un’acquisizione di sapere e arricchimento professionale: la vita emotiva degli altri si apprende attraverso la propria. La prima
tecnica davvero necessaria si trova in sé stessi, guardandosi dentro. La comprensione di sé genera competenza esistenziale ed emotiva per l’autentica comprensione dell’altro.

Assumere la distanza è in molti casi una strategia di sopravvivenza emotiva. Ma davanti alle sofferenze che fanno parte del lavoro quotidiano è possibile fuggire veramente? Per adottare difese “sane” e
non farsi bruciare occorre mettere a fuoco la necessità di tradurre questa consapevolezza nelle pratiche professionali ma anche nell’organizzazione del servizio.

La riflessione critica su ciò che è permesso/non permesso per il buon funzionamento dei servizi, all’interno di regole “non sempre esplicite” dell’organizzazione, si traduce in esigenza di responsabilità politico-strategica nel contesto lavorativo che possa dare risposte al sentimento di appartenenza ed alle scelte conseguenti che connotano la filosofia del servizio. Sentirsi parte è sentirsi partecipi e con-dividere le gioie come le frustrazioni senza lasciarle decantare “in privato”.

La consapevolezza di appartenere ad un progetto di welfare e ad un sistema di servizi di cui si condivide la missione appare in definitiva l’acquisizione di competenza più significativa per mantenere quella “giusta distanza” così difficile nel lavoro di cura. Per potersi prendere cura degli altri, senza scegliere di erigere barriere e adottare strategie di fuga, si richiede dunque cura per sé, per il gruppo di lavoro, per l’intera organizzazione.

On. Vanna Iori

13 ottobre 2016

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