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Comporre una vita. Le differenze di genere nella terza età

La terza età. Al di là delle differenti connotazioni che può assumere,
è comunque il risultato di una vita costruito in precedenza, di una
storia fatta di esperienze e decisioni. E’ l’epilogo di un qualcosa
che è stato e che durante l’invecchiamento si differenzia in base alle condizioni di salute, alla situazione economica, alle reti familiari, alle amicizie, agli interessi. Il tempo dell’invecchiamento è perciò sempre emotivamente connotato: scorre in fretta nei momenti di gioia, si arresta nell’angoscia, non passa mai nell’attesa e nella noia.

Invecchiare, soprattutto, non è uguale per uomini e donne. Non è
appropriato parlare di vecchiaia maschile o femminile tout court
(poiché si tratta sempre di un “maschile plurale” e di un “femminile
plurale”), ma si possono individuare alcuni denominatori ricorrenti tipici per gli uomini o per le donne.

La vecchiaia maschile, per esempio, è maggiormente contraddistinta da depressione (più numerosi, non a caso, i suicidi tra gli uomini anziani, secondo i dati Istat) perchè la centralità del lavoro nella vita dell’uomo è molto forte e il pensionamento coincide, di conseguenza, con un’inattività forzata che sbiadisce i colori dell’esistenza
sottraendole il senso che aveva precedentemente. La concezione della
vecchiaia come condizione “residuale”, stabilita a partire da un
momento di svolta preciso e repentino, il pensionamento, ricalcata sul
modello dell’identità maschile, è tuttavia, anch’essa, in parte
superata nella società postindustriale, dove si prospetta un passaggio
più complesso e articolato. Per esempio oggi il passaggio dalla
condizione di lavoratore a quella di non lavoratore è propria di ogni
età.

Le profonde trasformazioni in atto nei macroscenari economici, negli
assetti sociali e lavorativi della nuova complessità, nella crisi che
attanaglia il nostro momento storico, investono anche l’esistenza
delle persone anziane e le relazioni intergenerazionali nei contesti
familiari e professionali. La perdita di stabilità e linearità aumenta
l’incertezza. L’insicurezza pervade ogni età della vita; e, in quella
senile, si manifestano nuove fragilità e precarietà economiche ed
esistenziali per uomini e donne.

Se la struttura socio-economica dell’età industriale ha consegnato
alla cultura del nostro tempo lo stereotipo dell’uomo anziano
“improduttivo” e quindi “spettatore” della vita altrui, privo di
protagonismo e della possibilità di decidere le piccole e grandi
scelte che lo riguardano, questa dimensione appartiene ancor più marcatamente alle donne, “spettatrici” da sempre della
vita professionale maschile, custodi del focolare ed estromesse dal
protagonismo produttivo. Per questo alle donne è stato attribuito
un migliore adattamento alla vecchiaia in quanto
preparata da tutta una storia di vita fondata sulla dedizione alla
famiglia, vissuta nella debolezza sociale, nell’invisibilità
culturale. Secondo questa concezione i punti di debolezza dell’età
precedente (la marginalità rispetto al mercato del lavoro, la completa
assunzione del carico familiare) diventano punti di forza della
senescenza.

Questa interpretazione è in parte condivisibile, ma solo in parte, e
sempre meno, soprattutto per le nuove coorti di anziane che assumono
una pluralità di ruoli e compiti: continuano a condurre
l’organizzazione quotidiana di una famiglia che si è fatta sempre più
complessa, che fa riferimento a loro chiedendo alle donne anziane di
riuscire ad essere contemporaneamente madri, nonne, figlie.

I punti di forza dell’invecchiamento nell’esistenza femminile non
consistono, a mio parere, nella perpetuazione del tradizionale ruolo
di cura delle persone, ma nella capacità di cambiamento, di affrontare
i mutamenti nei percorsi “interrotti” delle loro storie di vita.
Nell’invecchiamento femminile, dunque, non è tanto il vissuto di
continuità a rappresentare un vantaggio, quanto l’esperienza vissuta
della discontinuità. E la capacità di adattarsi a più ruoli, di rispondere a più situazioni.

Uomo o donna che sia, la terza età è periodo di componimento. Mary
Chaterine Bateson in ‘Comporre una vita’ indica la vecchiaia non come
“ciò che resta” di un percorso temporale ormai giunto al temine, come
un tempo immoto, concluso e improduttivo, ma come un’età che,
attraverso gli eventi della propria storia esistenziale, ha portato la
persona anziana a comporre la sua vita. Scrive l’autrice: “Comporre
una vita significa reimmaginare continuamente il futuro e
reinterpretare continuamente il passato per dare un significato al
presente. Il passato legittima il presente e le orme incerte che
conducono al presente indicano i sentieri per il futuro”. Costruire la
nostra terza età, fin da subito, è il miglior investimento che
possiamo fare nel presente. Per il futuro. In ogni età della vita.

On. Vanna Iori

10 febbraio 2017

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