Coltivare sogni e accettare sconfitte: la difficile responsabilità educativa

Casa a soqquadro, portafogli svuotati alla ricerca di soldi. Poi quei
colpi inferti sui corpi della madre e della sorellina di 11 anni con
una mannaia e un coltello da cucina. Lui, Solomon, 21 anni, ex
promessa del calcio: dall’exploit nel mondo sportivo, poi rivelatosi
fallimentare, a un gorgo di solitudine, violenza, accanimento nei
confronti degli affetti più cari, quelli familiari. L’efferato
omicidio in un appartamento di via San Leonardo a Parma non è solo la
storia di un duplice assassinio, che in questo caso ha assunto i
caratteri dell’assassinio in famiglia, come abbiamo imparato a
conoscerlo dalle cronache dei giornali (dal caso di Erika e Omar alla
storia di Pietro Maso).

Questa storia ha dietro di sé anche un universo emotivo fatto di
solitudine, sconforto, incapacità di gestire un fallimento, rimanendone alla
fine vittima. Nessun ragionamento giustificatorio nei
confronti di un atto che per la sua efferatezza va condannato senza
tentennamenti, ma scoperchiare il vaso del disagio giovanile è
essenziale se vogliamo cercare di capire le dinamiche che spingono
un ragazzo di 21 anni a massacrare la propria madre e la propria
sorellina.

Solomon consumava droga e chissà se quel consumo sia legato alla
delusione per non essere diventato un calciatore professionista di
alto livello. Lui che a Parma era esploso dai giovani sui campi da
calcio, considerato una stella emergente, che però alla fine si è
eclissata. E’ in questa cornice che si inserisce la necessità di
indagare in quegli anni, fatti di trionfalismi, pressioni emotive e,
purtroppo, illusioni.

Gli ambienti vissuti oggi dai giovani sono fatti anche di insidie e il
mondo dello sport non ne è privo. Perché se
lo sport, e in questo caso il calcio, si trasforma in un’attività dove
l’elemento agonistico e di socializzazione passa in secondo piano, allora è evidente
che diventa un ambiente che può costituire un grosso rischio per lo
sviluppo dei giovani.

Qualcuno ha chiamato le scuole calcio, così come i talent show, delle
fucine di illusioni. La demonizzazione sarebbe ingiusta e lontana da
una legittima aspirazione che non possiamo ignorare. Se tanti ragazzi sognano di
diventare i futuri Buffon o Totti, oppure cantanti o ballerini
affermati, non possiamo guardare a questi fenomeni con i paraocchi.
Possiamo, anzi dobbiamo, tuttavia, accompagnare questo cammino con
responsabilità educativa. Una responsabilità che risiede innanzitutto nei
genitori: i figli non possono diventare la realizzazione di ambizioni
e sogni che nella propria vita non si è riusciti a raggiungere. Ai
figli va lasciata la giusta autonomia, ma vanno allo steso tempo
guidati affinché gli ambienti esterni che frequentano si configurino
come luoghi di crescita, anche personale, di confronto, di
socializzazione.

Sono invece ambienti malsani quelli dove prevale un agonismo esasperato, o dove le ambizioni dei genitori diventano precetti per i propri figli,
caricati di pressioni insostenibili che, passata la fase
ascendente della parabola, possono trasformarsi in delusioni dolorose,
depressioni, comportamenti devianti.

Qualcuno è stato accanto a Solomon nel difficile passaggio da star del
calcio a ragazzo “comune”? Se l’epilogo è stato il duplice omicidio la
risposta è facilmente intuibile. Spetta a tutti noi, quindi, occuparci
dell’universo emotivo dei giovani, aiutandoli a interpretare e gestire
i propri sentimenti, a mettere i giusti paletti a sogni di successo che sono
legittimi ma non possono e non devono configurarsi come uniche
speranze di accettazione di sè nella vita.

On. Vanna Iori

16 luglio 2017

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»

DIRE
facebooktwitteryoutubelinkedIn instagram