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Caso Regeni: ora anche gli americani ci hanno detto cosa è successo… che si fa?

Le bugie degli egiziani al soldo del general-dittatore Al Sisi sulla morte di Giulio Regeni sin dall’inizio erano state considerate tali: menzogne per coprire qualche generalone dei servizi amico del gran capo Al Sisi. Con lui legato da mille malefatte e quindi inamovibile. Subito il nostro  ambasciatore, visto il corpo martoriato di Giulio, aveva parlato di tortura. Ora l’inchiesta del New York Times conferma: i servizi americani, forniti di prove, avevano passato le informazioni al nostro governo.  Con fatica i giudici italiani stanno costringendo la magistratura egiziana, al soldo del generale Al Sisi, a collaborare. Facile prevedere che non se ne verrà a capo, lì di fatto c’è una dittatura e i giudici servono chi comanda. Ora però c’è la verità che si fa strada, e il nostro governo deve pretendere che venga fatta giustizia. Al Sisi non sapeva che cosa aveva fatto il suo amico generale a capo dei servizi? Lo dica, e ne ordini l’arresto. Non lo farà? Allora sarà complice diretto dell’assassinio di Giulio Regeni. Cittadino italiano, studente, torturato per giorni e alla fine ucciso dal regime di Al Sisi. Un generale a cui piace sedere alla tavola dei ricchi occidentali. Non avremo la forza di pretendere giustizia? Allora il governo dica che non la si può ottenere perché ci sono interessi legati al petrolio che ci serve e a cui non possiamo rinunciare. Se un dittatore, Al Sisi in Egitto, Erdogan in Turchia, la faranno franca, e non troveranno una forte opposizione e misure punitive alla loro sete di potere e di violenza, allora anche l’Europa sarà sempre più debole, ostaggio dei dittatori di turno e non aiuterà chi in quei paesi sta lottando per avere libertà, giustizia e democrazia.

Nico Perrone

16 agosto 2017

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