Carceri, superare le difficoltà per rendere la pena rieducativa

Oramai settant’anni fa l’articolo 27 della nostra Costituzione introduceva un principio che oggi risulta essere più che mai attuale: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La funzione rieducativa della pena rischia oggi di rimanere un paradosso che alimenta invece una rielaborazione rabbiosa, che mortifica la dignità umana o può davvero tradursi in un progetto possibile che consenta di trovare un senso nella pena , riattraversare le ombre delle devianza e del reato commesso per potere concepire un nuovo progetto per ilproprio futuro e un reinserimento sociale?

Questi interrogativi comportano una riflessione sul senso che può avere la pena dietro le sbarre, riflessione resa ancora di più necessaria in un contesto di crescente populismo giustizialista, superficiale ed emotivo, basato sulla insicurezza urbana, sulla paura del diverso (soprattutto se visto come straniero e “invasore”) e sulla difesa della propria sicurezza che appare messa in pericolo dal tossicodipendente, dallo scippatore, dal recidivo per reati di lieve entità, ma anche dal clandestino, dal profugo. La pericolosità sociale di queste categorie di persone è spesso più apparente che reale e la detenzione risponde più all’esigenza di allontanare e segregare i “devianti” per la loro peecepita più che effettiva pericolosità sociale. Il carcere diventa in tal modo una struttura “sostitutiva” delle strutture di recupero sociale inesistenti o insufficienti, che consentano l’uscita dal carcere anche per chi fuori non ha un domicilio.

Questi sentimenti di paura e di inquietudine  sono motivati anche dal fatto che non c’è nel nostro Paese il senso della certezza della pena e di una giustizia penale rapida e efficace. È evidente come non possa fungere da deterrente l’aumento delle pene detentive se non si interviene sui problemi della giustizia penale. Proprio per questo credo che occorrerà fornire innanzitutto risposte efficaci ai problemi della giustizia penale, alla lentezza dei processi,  all’organizzazione inefficiente, alla mancanza di risorse, poiché è proprio intervenendo sul processo, per renderlo efficace e veloce, che si può migliorare il senso della pena e la percezione di una giustizia vera.

Senza sminuire l’importanza della pena per il danno e il dolore provocato da chi è stato condannato, non si deve tuttavia dimenticare che lo scopo delle pena detentiva è sempre quello di tendere alla rieducazione del condannato. Mi sembra importante, in proposito, ricordare che Beccaria affermava, oltre due secoli fa, che “ogni pena non sia una violenza di uno o molti contro un privato cittadino. Deve essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti e dettata dalle leggi”.

La funzione rieducativa della pena riveste un’importanza fondamentale anche e soprattutto in un’ottica di contrasto alla recidiva: d’altronde anche i dati attestano che quando si promuove l’aspetto rieducativo all’interno delle carceri la percentuale dei casi di recidiva si abbassa sensibilmente.
Il decreto 2978, approvato il 23 settembre scorso, contiene, all’articolo 30, indicazioni chiare per la revisione dell’ordinamento penitenziario in cui si indicano strumenti per il valore rieducativo della pena, principalmente attraverso facilitazioni per il ricorso alle misure alternative, eliminando automatismi e preclusioni nell’accesso ai benefici penitenziari. Ma soprattutto si indica nella valorizzazione del lavoro uno strumento di rieducazione propedeutico al reinserimento nella società. Inoltre si riconosce il diritto all’affettività come opportunità per la riduzione delle recidive.

Forse siamo ancora lontani dall’attuazione dell’articolo 27 e stiamo ancora vivendo il paradosso e le contraddizioni della realtà carceraria sotto molteplici aspetti. Ciò che accade “dentro” interessa troppo poco a chi vive “fuori” e ha come unica aspirazione la propria sicurezza. Quindi non è ai “liberi” che interessa la concreta attuazione dell’articolo 27. Il populismo giustizialista è in fondo sotteso da questa concezione di “tenere al riparo” l’esterno da chi è condannato e sta “recluso” all’interno.

On. Vanna Iori

10 maggio 2016

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