L’abolizione delle preferenze sul voto estero è una vittoria che i vostri partiti, Ap e Su, possono condividere. Ma anche i malumori scatenati nell’elettorato estero: 10.357 elettori su 31.896 - uno su tre - si sentono discriminati. Come spiegate loro che il voto di un sammarinese all’estero non “vale meno” di quello dei residenti? E non ritenete controproducente la vostra scelta, proprio alla vigilia delle elezioni?
CIAVATTA: Molti paesi prevedono differenziazioni per il diritto di voto in relazione alla residenza in territorio o all’estero dei propri cittadini. Alcuni Stati, considerati veri modelli di democrazia, riconoscono ad esempio il diritto di voto solamente ai residenti, altri, invece, prevedono varie articolazioni di questo diritto. La stessa Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha riconosciuto legittimi i differenti sistemi adottati in aderenza alle specifiche situazioni nazionali. San Marino ha un terzo del proprio corpo elettorale all’estero e ciò lo pone in una condizione del tutto particolare- per non dire eccezionale- se si considera, inoltre, che questi elettori sono discendenti di terza/quarta generazione dei nostri parenti emigrati. Non si tratta di discriminare, ma piuttosto di prendere atto di un fenomeno che incide fortemente sul sistema democratico. Chi, per il fatto di vivere in un’altra realtà, non subisce direttamente le scelte del voto a San Marino, non dovrebbe sentirsi discriminato se non esprime le preferenze che, peraltro, presuppongono una conoscenza dei candidati, del loro modo di operare e di vivere. L’espressione delle preferenze, senza una capacità critica personale, sarebbe inevitabilmente condizionata dalle indicazioni dei capi-partito che si preoccupano principalmente di formare le cordate delle varie fazioni, con conseguenze pesanti sulla stabilità dei governi come sperimentato in questa legislatura. Alleanza Popolare non ha mai fatto scelte di comodo o semplicemente indirizzate ad accalappiare voti. Anche in questo caso, abbiamo privilegiato considerazioni etiche e non interessi elettorali.
ROSSI: Ricordo che l’emendamento è stato votato da 33 consiglieri; Sinistra Unita ne conta 5, quindi c’è stata una convergenza trasversale su quanto da noi proposto. La nostra iniziativa, già presente nel programma del Governo tradito da Berardi e Ottaviani, non era volta a colpire gli elettori esteri, ma a chiedere loro un piccolo sacrificio per dare la possibilità di un voto finalmente senza recriminazioni al popolo sammarinese. Le tristi vicende delle organizzazioni illecite dei viaggi dall’estero hanno lacerato il popolo sammarinese dal 1993 ad oggi. Crediamo di avere fatto un servizio alla collettività; infatti, se i risultati del voto del 9 novembre non presenteranno sostanziali difformità rispetto alle precedenti tornate, tutti potranno verificare che l’illegalità dell’organizzazione dei viaggi non incideva sul risultato finale e ci sarà la possibilità di un ritorno al passato. Al contrario, se ci saranno difformità evidenti, saranno per sempre smascherati coloro che hanno usato questo bieco metodo per distorcere la volontà popolare ed i responsabili saranno depotenziati dal voto. Comprendiamo l’arrabbiatura degli esteri, perché sono stati loro a pagare per primi il prezzo degli atteggiamenti irresponsabili dei politici negli anni passati, ma dopo il 9 novembre si potrà ripartire con più serenità su questo argomento dando una soluzione concordata ad un problema che è esistito e che andava affrontato.
Sul voto estero, un altro tema che ha tenuto banco nella campagna è la richiesta di riaprire le liste elettorali presentata dai giovani non residenti che hanno riottenuto il diritto di voto, ma solo a partire dall’anno prossimo. La sentenza del Commissario della Legge ha ritenuto inammissibile tale richiesta e spiegato che solo il Consiglio Grande e Generale avrebbe potuto cambiare le carte per il 9 novembre. Perché non è stato fatto?
ROSSI: Noi siamo dalla parte dei diritti: anche se non abbiamo condiviso l’abolizione dell’articolo 7, il diritto di voto ai cittadini di terza generazione è stato concesso dal Consiglio. Sfortunatamente l’emendamento presentato era incompleto e su questo fatto si è aperta una battaglia poco gradevole in periodo pre-elettorale. Comunque il risultato non sarebbe mutato con la presenza di nuovi elettori, perché la percentuale degli esteri è molto bassa e si aggira intorno al 20 percento, quindi gli eventuali nuovi pochi voti non avrebbero pesato sul risultato finale.
CIAVATTA: A questa domanda dovrebbero rispondere coloro che chiedevano all’Amministrazione di rivedere le liste contro legge, ma non hanno agito per esercitare le facoltà che l’ordinamento offriva loro né hanno saputo gestire la questione al tavolo politico. La sentenza del Commissario della Legge ha dichiarato infatti che sarebbe stato un abuso rivedere le liste elettorali in mancanza di una norma che lo consentisse. Quindi i giovani dell’ex art. 7 dovrebbero prendersela con chi li ha strumentalizzati senza utilizzare gli spazi del diritto, da un lato, e della politica dall’altro. Infatti, bastavano 20 Consiglieri per chiedere al Collegio Garante una pronuncia di costituzionalità o la raccolta di firme pari all’1,5% del corpo elettorale. Non solo, tutta la faccenda è stata gestita malissimo sul piano politico dai nostri ex alleati già a partire dalla fase precedente le modifiche tecniche alla legge elettorale. Ciò è segno o di grave incapacità o di grande scorrettezza nei confronti di tutti i cittadini. Abbiamo riscontrato che i nostri ex alleati hanno raccontato un sacco di bugie fuori confine per conquistare l’elettorato, mentre all’interno hanno strumentalizzato la solidarietà verso quegli 800 giovani ragazzi evitando di percorrere le uniche vie corrette. Così facendo però si potevano urtare gli elettori residenti in territorio, perciò tanto meglio lasciar perdere, dare le colpe al Segretario agli Affari Interni e all’Amministrazione.
L’avvio della riforma della Pubblica Amministrazione è stato uno dei risultati tangibili del vecchio governo che vi ha visto alleati. In entrambi i programmi delle coalizioni è previsto il proseguimento della riforma sulle stesse direttive. Tra queste, l’autonomia dell’amministrazione dalla politica. In che modo intendete realizzarla? In particolare, l’emissione di concorsi, oltre a risolvere il problema del precariato, sarà sufficiente a eliminare il dubbio, diffuso tra la cittadinanza, che, a volte, i criteri di selezione del personale siano più legati alla vicinanza politica che ai meriti?
Nel concreto, la delega all’Amministrazione di atti e poteri fino ad oggi gestiti dal Congresso di Stato, l’impostazione di una struttura organizzativa più moderna, una maggiore autonomia/responsabilità per i Dirigenti, agevoleranno un processo graduale di ammodernamento ed efficienza ed efficacia dell’attività amministrativa. I progetti di legge sui concorsi, sulla Dirigenza e sulle Norme di Disciplina, ma anche la gestione quotidiana di questa legislatura, sono una conferma evidente della volontà, dopo anni, di riattivare selezioni e di dare spazio al merito, abbandonando pratiche clientelari deleterie che, oltre a non aver consentito di utilizzare professionalità necessarie, hanno alimentato sensibilmente il precariato e creato malcontento. Credo molto in questo percorso e sono fermamente intenzionata a sostenerlo all’interno della coalizione cui appartengo, con le responsabilità ed i ruoli che mi saranno affidati.
ROSSI: Veramente di riforma della PA si parla circa da 100 anni (vedere il testo “l’arringo ritrovato” sui fatti del 1906). Naturalmente è una battuta per dire che realizzare qualcosa di innovativo in questo settore è veramente difficile, per l’ormai noto problema che la PA è un serbatoio di voti. Il percorso di questi due anni, anche se incompleto, è stato positivo, ma è stata la stessa AP a determinare questa ennesima interruzione. Per invertire il clima di inefficienza e di frustrazione che aleggia dentro la PA è necessario avviare un percorso culturale teso a cambiare gli atteggiamenti dei dipendenti e dei cittadini. In questo piccolo Paese l’invidia è tra i sentimenti dominanti; le tentazioni di additare il prossimo come meno meritevole e come responsabile della non efficienza è per tutti sempre dietro l’angolo, specialmente dopo le esperienze vissute con le numerose assunzioni clientelari all’interno della PA degli anni passati. Solo attraverso un processo di responsabilizzazione, e con concorsi chiari e trasparenti senza inciuci, si potranno trasmettere messaggi educativi verso un cambiamento di sistema che premi le persone che meritano, anche se appartengono ad un partito non al governo. A fianco a questo è necessario cambiare la struttura della PA da verticistica e centralizzata a struttura orizzontale; ogni dirigente deve avere il controllo del proprio personale e rendere conto con i fatti del proprio operato; si devono separare le amministrazioni delle attività consolidate da quelle che puntano alla innovazione dei servizi. Le prime devono essere gestite da una burocrazia ferrea, efficiente e credibile completamente autonoma dalla politica, le seconde devono essere organizzate sotto le indicazioni della politica di concerto con i dirigenti dei settori da innovare. Separando questi due aspetti si potranno coniugare merito e innovazione e dare la sensazione di una PA che aumenta la propria efficienza senza colpevolizzare nessuno. Per finire, deve essere dato un percorso certo alla stabilizzazione: entro 5 anni ci deve essere la stabilizzazione delle nuove funzioni tramite concorso. Il precariato nella PA non è più tollerabile. Lo Stato deve dare il buon esempio garantendo per primo il principio del lavoro a tempo indeterminato come base della struttura sociale fondata sulla certezza del lavoro e del reddito, per garantire ai dipendenti la costruzione di progetti di vita su basi solide.
Tra le ultime istanze d’Arengo, ovvero le richieste presentate ogni sei mesi dai cittadini ai nuovi Capitani Reggenti, ha fatto scalpore una proposta “anti-fannulloni”: l’introduzione di un sistema di rilevazione delle impronte digitali per i dipendenti PA. Un segno che la cittadinanza è sensibile al tema dell’efficienza dell’Amministrazione. Ad oggi, esistono dei sistemi di intervento sulle negligenze sul settore pubblico? La riforma – e i programmi elettorali - ne prevedono qualcuno?
Ma, ripeto, anche questo è un processo culturale. Il Paese va rimesso al lavoro con entusiasmo, con responsabilità ed obiettivi ben individuati; solo con un progetto di coinvolgimento senza logiche di partito, ma nell’interesse comune, si potrà realizzare il Paese che meritiamo.
CIAVATTA: Credo che l’Istanza d’Arengo avesse tra le sue finalità principali la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla necessità di responsabilizzare l’Amministrazione, più che proporre concretamente l’introduzione di uno strumento tecnologico che da solo non può certo farsi carico di realizzare questo importante obiettivo. Le principali carenze della PA non riguardano infatti solo gli strumenti tecnologici, ma più a monte le lacune dell’attuale normativa e il ruolo dei vertici o, più in generale, di chi ha la responsabilità ed il controllo nei propri ambiti di competenza.
Il progetto di riforma approntato agisce in profondità secondo 3 linee direttrici: in primo luogo definisce un quadro normativo completo ed efficace per sanzionare comportamenti incompatibili con l’etica e la dignità di pubblici dipendenti; in secondo luogo, disegna un nuovo ruolo manageriale per i dirigenti pubblici, nel quale a fronte di una maggiore autonomia organizzativa corrisponderà una maggiore assunzione di responsabilità; inoltre, i nuovi profili di ruolo e la revisione della normativa di pubblico impiego definiranno meglio i doveri dei dipendenti e la valorizzazione delle professionalità. Nel complesso ciò che la riforma delinea è quindi un circolo virtuoso nel quale i dipendenti possono riacquistare la propria dignità ed orgoglio professionale, ritornando ad essere elemento centrale del sistema economico-sociale, contribuendo concretamente al suo miglioramento continuo.
5 novembre 2008

Martedì 7 Settembre 2010 ore 08:12
























