ROMA - Sono per lo piu' immobili, tra villette e palazzine, ma anche appartamenti e terreni i beni confiscati alle mafie e assegnati per il loro riutilizzo a carattere sociale, ma non sempre sono in buone condizioni e spesso richiedono investimenti e passaggi iniziali non proprio semplici per le realta' che li prendono in gestione. È quanto emerge da uno studio ("Beni confiscati alle mafie: il potere dei segni. Viaggio nel paese reale tra riutilizzo sociale, impegno e responsabilita'") presentato a Roma nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana dall'Agenzia per le Onlus e dalla Fondazione Liberainformazione. Secondo la ricerca, ville e palazzine rappresentano il 30% del totale dei beni destinati, mentre sono poco rappresentate le aziende che nella situazione attuale sono soltanto lo 0.9% dei beni, cioe' una singola realta' costituita dalla Calcestruzzi Ericina di Trapani. Significativo il dato della distanza temporale intercorsa tra la confisca e l'affidamento del bene: si va da un anno a 23 anni e il tempo medio è di almeno 8 anni e 6 mesi.
Nello studio sono stati analizzati i beni confiscati dal 1985 (a pochi anni di distanza dall'entrata in vigore della legge 646/82) al 2006, confrontandoli con il loro riutilizzo effettivo iniziato dal 1998 (a due anni dall'approvazione della legge 109/96 sull'uso sociale) al 2009. Diverse le difficolta' incontrate sul cammino della destinazione del bene segnalate dai vari soggetti coinvolti. La consegna del bene confiscato, infatti, non sempre significa che il bene sia in perfette condizioni, anzi. Lo studio mette in evidenza come per piu' della meta' dei casi, circa il 57%, il bene e' stato consegnato in grave stato di degrado e abbandono, mentre non va meglio con le difficolta' di tipo economico: circa il 42% delle realta' ha avuto difficolta' di questo tipo. Difficolta', in genere affrontate da quei soggetti che operano su beni quali i terreni destinati all'agricoltura. Per i vitigni, ad esempio, in alcuni casi e' stato necessario reimpiantare con tempi di ripresa della produzione di circa tre anni. Non mancano, inoltre, le difficolta' burocratiche, una quota importante di occupazioni e ostruzionismi attraverso vie legali da parte degli ex proprietari, spoliazioni del bene prima della consegna e danneggiamenti ritorsivi.
POCO SOSTEGNO DALLE ISTITUZIONI - Per ovviare alle difficolta' incontrate, manca pero' un forte sostegno da parte delle istituzioni. Nel 36,2% delle esperienze analizzate non e' stato segnalato nessun sostegno istituzionale, anche se, spiega lo studio, il dato evidenzia soprattutto una carenza a livello informativo e non una vera e propria mancanza di disponibilita' da parte delle istituzioni. Il 23,3% dei casi, infatti vede coinvolte nella direttamente enti pubblici, nazionali e locali. Nel 14,7% delle esperienze, invece, si e' creata una positiva collaborazione con gli enti pubblici. L'intervento delle istituzioni resta vitale: il 64% di progetti e' stato realizzato grazie all'intervento diretto, alla semplice collaborazione o ai finanziamenti delle istituzioni.
BENI ASSEGNATI, RIUTILIZZO SOCIALE - Quanto all'utilizzo dei beni riassegnati, al contrasto dei diversi disagi sociali e' destinato oltre il 21% dei beni. Segue l'utilizzo per pubblica utilita' ed educazione alla cittadinanza. Ma il dato interessante, si legge nello studio, "va cercato nell'estrema varieta', qualita' e importanza degli interventi che il riutilizzo dei beni confiscati permette di portare avanti in territori difficili".
Le attivita' realizzate grazie al riutilizzo dei beni confiscati, infatti, coinvolgono un numero maggiore di soggetti per quel che riguarda il tema della cittadinanza, col 37,7% delle esperienze analizzate. "Un segnale significativo- continua lo studio-, dal valore non solo simbolico ma anche di trasformazione reale delle condizioni di vita delle persone che trovano spazio e voce negli spazi liberati dall'oppressione mafiosa".
Tra gli altri beneficiari anche i disabili psico-fisici (21,1% delle realta'), infanzia e adolescenza (14%), giovani (14%) e minori a rischio di esclusione sociale (11,4%).
8 febbraio 2010

Martedì 7 Settembre 2010 ore 07:52























