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In Uganda il ‘miracolo’ dell’ospedale di Matany

MATANY (Uganda) – “La gente di Matany è estremamente grata per la presenza di questo ospedale. Il più vicino è a un centinaio di chilometri da qui. E’ un piccolo miracolo”. Alla DIRE parla Ngiro Martin, specialista in sanità pubblica al St. Kizitu Hospital di Matany.

La struttura – varie casette di un piano, collegate l’una all’altra da corridoi aperti, circondati da alberi e cespugli fioriti – è stata fondata negli anni Settanta dai missionari comboniani e oggi va avanti anche grazie ai sussidi del governo e all’ong Medici con l’Africa – Cuamm.

L’ospedale, 9mila pazienti e 26mila visite mediche all’anno – il 17 per cento circa nel distretto di Napak -, è un punto di riferimento per la comunità: non solo offre diverse specialità, tra cui Medicina generale, Maternità, Chirurgia e Radiologia, ma ospita anche una scuola per 90 infermiere e ostetriche, nonché un’attenzione speciale all’Aids-Hiv, che in Uganda – secondo dati dell’ospedale – è aumentato di oltre 2 punti in dieci anni, arrivando al 5,3 per cento nel 2016.

Infine, impiega circa 120 locali tra medici, infermieri, tecnici, personale amministrativo e inservienti. Tra questi, incontriamo Kitty e Scolastica, 20 anni, fiere della loro divisa blu. Sono due delle giovani che studiano per diventare infermiere, e nel frattempo già lavorano.

Una passione, la loro, nata tra i banchi di scuola: “volevo aiutare le persone, non voglio che soffrano e quando guariscono mi sento felice per loro e soddisfatta di me stessa”, spiega Scolastica, un nome ricevuto dalla famiglia in onore della nota santa italiana. Al collo, un’immagine della Vergine.

“A volte è faticoso- aggiunge Kitty, la sua compagna- ma non ho mai pensato di mollare. Se il paziente sta male devi assisterlo, assicurarti che stia facendo tutto quello che serve per guarire, e seguirlo finché non sta bene. No, non me ne andrò mai finché i miei non staranno tutti bene”.

All’ospedale, i familiari sono costretti ad assistere costantemente i pazienti, perché manca una mensa. Tra i giardini dei padiglioni, c’è chi fa il bucato o ritira i panni, altri cucinano su fuochi improvvisati o si riposano all’ombra degli ampi alberi. Dopo anni di guerra e instabilità interne, dal 2003 nel Paese è tornata la pace e il nuovo governo ha potuto iniziare ad occuparsi dei servizi.

“Prima nel distretto di Napak – di cui Matany è capoluogo – c’era solo l’ospedale, poi dal 2007 sono stati aperti 13 centri sanitari, dove è possibile ricevere un’assistenza di base – vaccinazioni, medicazioni oppure cure per le malattie più comuni, come la malaria- e in alcuni è possibile anche partorire”. Un modo per allentare la pressione sull’ospedale e fornire garantire maggior copertura sul territorio. “Da parte dello Stato la volontà di fare di più c’è, sta cercando di colmare il gap. Nel 2011 l’Uganda, insieme ad altri paesi africani, si è impegnato ad allocare il 15 per cento del PIL nella sanità pubblica, ma ad oggi Kampala è riuscito ad arrivare al 9. C’è ancora molta strada da fare, soprattutto- conclude l’esperto- abbiamo bisogno di maggiori aiuti internazionali”.

Dalla nostra inviata in Uganda Alessandra Fabbretti

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31 ottobre 2017

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