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Corpo e anima: Rocco Siffredi si mette a nudo /VIDEO

rocco_siffredi2ROMA – Rocco Siffredi e il nudo, Rocco Siffredi è il nudo. Come il sole e la bella stagione, come la neve e l’inverno: associazione scontata, a tratti banale. Ma anche inevitabile. Oltre 30 anni di carriera, hanno reso l’attore abruzzese un’icona del porno, a livello internazionale, non solo del Belpaese. Recentemente il solo fatto che Rocco avesse pensato di prendere le distanze da quel mondo, da quello del porno, aveva fatto notizia: nel 2015, era il mese di marzo, tra smentite, conferme, passi indietro e passi avanti, per giorni non si è fatto altro che parlare di questo, ‘Rocco lascia o no?’. Rocco Siffredi e il nudo. Fino ad oggi è stato un nudo ‘fisico’, un nudo che tantissimi, un numero (forse) infinito di fan ha imparato a conoscere. Fino ad oggi. E sta proprio qui la novità. Perché per la prima volta Rocco Antonio Tano, meglio noto come Rocco Siffredi, ha scelto di mettersi a nudo ma sotto un altro aspetto, ha scelto di mettere a nudo le proprie fragilità, i propri dubbi, le proprie paure, di mostrarsi con le lacrime agli occhi, di svelare cose che mai avrebbe pensato di dire e che forse mai nessuno avrebbe mai pensato di sentire.

E ha scelto di farlo attraverso un docufilm, ‘Rocco’, diretto dai francesi Thierry Demaizière e Alban Teurlai, nelle sale da oggi al 3 novembre. “Se mi fossi messo a nudo solo a livello ‘autocelebrativo’ non sarebbe interessato a nessuno vedere il film- ha spiegato in un’intervista rilasciata all’agenzia Dire- Credo che avevo bisogno di una terapia personale”. Nel film Rocco racconta, si racconta e non si nasconde: dal rapporto con la mamma a quello con la religione, passando per quello con le attrici dei suoi film. E tanto altro ancora. Del resto la sua ‘terapia’ in questo è consistita, raccontare “chi è veramente Rocco” perché ai fan “dovevo qualcosa”. – Partiamo dal titolo del docufilm: ‘Sapete tutto del mio corpo, nulla della mia anima’. Ma perché dopo trent’anni di carriera hai deciso di metterti davvero a nudo? “Se mi fossi messo a nudo solo a livello ‘autocelebrativo’ non sarebbe interessato a nessuno vedere il film. Credo di aver avuto bisogno anche di una terapia personale. Ho utilizzato questo film in due maniere: far vedere chi è veramente Rocco ai mie fan, a parte quello che tutti conoscono e mi vedono fare, perché penso che gli dovevo qualcosa e gli volevo far capire com’è questo Rocco. Allo stesso tempo ero in una situazione in cui tutto era diventato complesso e avevo bisogno di svuotarmi: sono abruzzese, tosto di testa, e mia moglie mi diceva che dovevo andare da un medico o da uno psicologo. Ma cosa mi avrebbero detto? Stai lontano dal porno? Quindi ho deciso di fare questa esperienza“.


La scena iniziale è molto esplicita e subito parli del ‘diavolo’ che hai in mezzo alle gambe, come tu stesso lo definisci, che ti ha intrappolato nel mondo del porno… “Mi ha felicemente intrappolato come un ragno nella matassa, che si è divertito con migliaia di ‘ragnette’. Avevo 13 anni quando ho deciso di fare il pornostar e forse avrei voluto fare qualcosa in più… Ma se fai una cosa perché ti piace, ti diverti a farla anche dopo trent’anni. E questo vale per qualsiasi lavoro, dal medico all’architetto, fino al giornalista”. – “Ho sempre sognato il diavolo fin da bambino”, racconti nel docufilm, al quale dicevi ‘se tu mi rendi famoso un giorno io ti ricambierò’. L’hai fatto? “È un sogno reale. La nostra era una famiglia povera, non vedevo in me grandi ambizioni.

Mi sono sognato qualcuno che mi ha detto ‘diventerai famoso e tu mi ridarai qualcosa in cambio’. Questo sogno è tornato dopo che sono diventato pornostar. Io l’ho sempre respinto, gli ho detto ‘non ti devo nulla’. E quello che ho definito dolore negli anni, l’ho sempre trasposto qui, in questa risposta. ‘Tu non mi dai nulla in cambio, io ti farò soffrire’: forse tutto è nel mio immaginario, forse i sogni ricorrenti arrivano perché non sto bene. Forse non sono tranquillo dentro… In realtà qualcuno di strano l’ho sognato e mi ha spaventato in maniera terrificante, ma io l’ho sempre respinto”. – Tutte le sere guardi la foto di tua madre, una ‘carabiniera’ la definisci, per il suo carattere forte… A lei sei stato molto legato e accanto a lei hai passato gli ultimi due mesi della sua vita a pregare, prima che venisse a mancare.

Qual è il tuo rapporto con la religione? “Strano. Da ragazzino sono stato obbligato a essere credente cattolico e i miei genitori mi mandarono a fare il ‘chierichetto’, senza scelta. Mia madre voleva che diventassi prete e mi diceva che sarei diventato un prete perfetto. Ma io avevo tutto il contrario di quello che un prete doveva avere: a 11-12 anni pensavo solo al sesso. Rispetto le persone che fanno quella scelta, ma non sono per forza d’accordo con le istituzioni: credo che ci siano bravi preti e cattivi preti. Ho viaggiato e sono stato fuori dall’Italia, soprattutto nei Paesi dell’est, che non hanno avuto l’influenza della Chiesa come abbiamo avuto noi. E in quei Paesi si ha un approccio alla sessualità diverso, più disteso: con questo non voglio dire che sono tutte persone che fanno sesso con tutti, ma che ci sono donne che, pur non amando per forza la pornografia, hanno comunque un approccio al sesso più rilassato nei confronti di noi 50enni”.

Sacro e profano, su questa contrapposizione si regge parte del film, che sembra quasi una parabola: all’inizio nomini il diavolo e nella scena finale porti una croce in spalla. C’è qualcosa che devi espiare? “Ma no… È che viviamo in un mondo in cui ti dicono che tu dovresti fare sesso, anche senza esagerare, con la donna che ami e che sposerai solo per procreare. Così se uno sceglie di fare tutto il contrario ti obbligano a portare una croce. Per tornare alla scena finale del film, la croce rappresenta la società che ti condanna e che ti dice che tu sei una persona nulla di buono. Ed io sono un uomo, figuriamoci una donna… Se io di croce ne porto una, una donna che fa la mia stessa scelta di croci ne deve portare tre”. – “Ho pagato con la mia esistenza quello che volevo essere”, racconti, ma una parte di te è sempre inquieta. “Non riesco a godere di una vita bella e spensierata- dici ancora- e faccio di tutto per rovinarmela”.

A questo punto nel docufilm scoppi a piangere… Perché? “È proprio così, mi capita sempre: è come se ad un tratto non riesco più a vedere le cose belle e ad apprezzarle, devo sempre trovare il modo di complicarmi la vita. È come se la tranquillità mi annoiasse…”. – Ad un certo punto una ragazza sul set ha un momento di difficoltà e scoppia a piangere, le riprese si stoppano e tu vai da lei a parlarle… Sei anche un po’ psicologo? “Lo sono sempre stato. L’unica cosa veramente incredibile e bella del mio lavoro è che attraverso la conoscenza delle tante, tantissime donne che ho incontrato, ho acquisito un po’ le sembianze dello psicologo perché alla fine queste donne si confidano e ti danno la possibilità di gestire la loro sessualità. E devo dire la verità, con gli anni si fidano sempre di più e spesso mi dicono ‘se non mi capisci tu, chi mi capisce?’. E questo è molto bello”.

VIOLENZA DONNE. SIFFREDI: TIZIANA CANTONE UCCISA DA NOSTRA CULTURA

“Tiziana Cantone? È la nostra cultura che l’ha uccisa, sono gli stessi ragazzi che le hanno prima detto ‘sei la più fica’ e poi ‘devi morire’. Gli stessi. Ho sempre detto che la mentalità degli italiani, in generale, è quella di desiderare la ‘porca’ ma di non volerla sposare. Dal momento in cui sei trasgressiva, quindi, sei condannata a soffrire. Se l’uomo porta una croce, la donna ne deve portare tre”. Risponde così il pornoattore Rocco Siffredi, interpellato dall’agenzia Dire sulla vicenda di Tiziana Cantone, la giovane donna che si è tolta la vita dopo che alcuni suoi filmati hard sono stati pubblicati in rete, contro la sua volontà, e diventati virali. “Personalmente- prosegue Siffredi- posso aggiungere che questa storia è tristissima… Un’altra cosa che mi ha stupito è che dalla regione vicina alla Campania, quella dove abitava Tiziana, neanche due settimane dopo che si era suicidata, mi ha scritto una sua coetanea da Bari per dirmi che voleva diventare una pornostar. Sto parlando di Malena, che poi ho scoperto essere del Pd… Ma lasciamo stare la politica, la cosa sorprendente è che due donne di 30 anni entrambe del sud, una campana e l’altra pugliese, una si è uccisa e l’altra non ha voluto fare altro che farsi conoscere per diventare un’attrice hard. Con questo voglio dire che c’è chi ha più coraggio- conclude il pornoattore- e chi, purtroppo, è vittima totale di questa mentalità terribile”.


Di Adriano Gasperetti e Carlotta Di Santo, giornalisti professionisti

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31 ottobre 2016
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