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Traffico d’armi, un passato in politica per la donna arrestata a San Giorgio a Cremano

NAPOLI – Un passato in politica, come assessore del PSDI nella sua città, poi l’apertura di un ristorante arabo, lo Sheik Al Arab, a San Giorgio a Cremano (Napoli) e numerose candidature al Consiglio comunale con diversi partiti di centrosinistra. E’ questo il profilo di Annamaria Fontana, la donna arrestata oggi con il marito, Mario Di Leva, durante indagini sul traffico di armi con la Libia e l’Iran.

La coppia, convertita all’Islam dopo aver vissuto a Teheran, si sarebbe anche fatta fotografare in compagnia dell’ex presidente dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad. Tra gli indagati per traffico internazionale di armi c’è anche uno dei figli della coppia, L. D. L..

IN FOTO CON AHMADINEJAD ANCHE INTERPRETE HEZBOLLAH

Nel pc di Mario Di Leva, il 68enne di San Giorgio a Cremano (Napoli), fermato oggi insieme alla moglie 52enne, Annamaria Fontana, per aver venduto eliambulanze in Iran e Libia trasformate in elicotteri da guerra, gli inquirenti avrebbero trovato decine di fotografie che ritraggono la coppia con elicotteri militari sovietici e personaggi di rilievo dei Paesi del Medio Oriente. Risalgono al 2008, le foto di Fontana insieme a Ahmadinejad, all’epoca presidente dell’Iran, scattate durante un ricevimento esclusivo. Dagli atti della Dda di Napoli si legge che questo episodio “comprova e dimostra la possibilità dei coniugi Di Leva di frequentare le massime cariche iraniane”. Nell’immagine, c’è anche una terza persona: si tratta di un interprete iraniano di 56 anni residente a Napoli (nel quartiere Vomero), noto per essere stato un attivo esponente di Hezbollah. Numerosi sarebbero stati i contatti tra Fontana, Di Leva e l’interprete.

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LA COPPIA SAPEVA DEL RAPIMENTO DI 4 ITALIANI IN LIBIA

Conversazioni WhatsApp tra Mario Di Leva e Annamaria Fontana, i coniugi fermati oggi per presunti traffici in Libia e Iran, per la Dda di Napoli confermerebbero la vicinanza tra i due e il radicalismo islamico. Uno scambio di messaggi risalente al luglio del 2015 riguarda il rapimento di Libia dei quattro italiani, Fausto Pivano e Salvatore Failla, poi uccisi, e Gino Pollicandro e Filippo Calcagno.

“Già fatto notizia vecchia, già sto in contatto”, scrive Fontana a Di Leva che la informava del rapimento. “Ce li hanno proprio quelli dove noi siamo andati, già sto facendo, già sto operando, con molta tranquillità e molta cautela”, scrive ancora la donna. “Allo stato – si legge negli atti della Dda partenopea – non si conosce quali siano i motivi per cui i due manifestano interesse per la vicenda del rapimento dei connazionali” ma non si esclude “una loro possibile attività nel complicato meccanismo di liberazione che solitamente avviene tramite il pagamento di riscatti o la mediazione con altri affari ritenuti di interesse dai miliziani”.

di Nadia Cozzolino, giornalista

31 gennaio 2017

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