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La missione italiana in Niger rischia di far precipitare il paese nel caos

 

ROMA – Non più il Mediterraneo, ma il deserto: la frontiera dell’Unione Europea si sposta nel cuore dell’Africa per provare a bloccare il flusso di migranti. I soldati italiani, i primi di un contingente che arriverà a contare 470 uomini, arriveranno in Niger già nel mese di gennaio, per porre le basi dell’operazione che dovrà fermare sul nascere il traffico di uomini verso il nostro paese.

Una missione che, dichiara Gentiloni, “tutela chiari interessi strategici dell’Italia” ed è destinata ad “aiutare la stabilità del paese” che ospiterà i nostri militari.

Ma “il governo nigerino di Issoufou poggia su una precaria stabilità politica, che è anche legata al flusso finanziario generato dal ‘traffico’ di migranti all’interno del paese”, avverte Alessio Iocchi, dottorando presso il Dipartimento di Studi dell’Asia, dell’Africa e del Mediterraneo dell’Università di Napoli “L’Orientale”, con ripetute esperienze sul campo in Nigeria e Ciad: “Togliere o limitare tale flusso di denaro, come sembra essere lo scopo della missione, rischia di far detonare gli equilibri clientelari del regime di Niamey“.

 

I ‘TRAFFICANTI’ CHE SOSTENGONO IL PRESIDENTE

Esperto delle ‘economie informali’ che sostentano le attività dei gruppi terroristici nella regione del lago Ciad, per Iocchi la missione italiana, “nella pretesa di combattere il ‘traffico’ di migranti e l’instabilità legata a movimenti terroristici” rischia di “scardinare un meccanismo economico-politico ben oliato del presente regime nigerino“.

“La parola ‘traffico’ adoperata nel dibattito politico europeo- spiega Iocchi- è infatti fuorviante, poiché le persone inserite nel circuito non sono vittime di tratta né sono privati dei loro diritti, ma pagano per un determinato servizio che, nella fattispecie del Niger, è un sistema di movimento dei passeggeri molto ben organizzato, oltreché remunerativo. Il fatto che si tratti di un settore economico illegale non lo rende meno legittimo”.

Il sistema si regge su tre grandi compagnie di trasporto su gomma- Soref, Rimbo e 3Stv- e “i loro proprietari realizzano importanti proventi che sono parte del meccanismo clientelare alla base del potere di Issoufou: per esempio Rhissa Mohamed, proprietario di Rimbo, è fra i principali sponsor dell’attuale presidente“.

 

IL RISCHIO DI UN NUOVO CONFLITTO CIVILE

Paese fortemente instabile, il Niger ha vissuto “ribellioni cicliche” (1990-1995; 2007-2009). Con il governo di Issoufou, il complesso intreccio di attività illecite ha permesso al paese di trovare una fragile stabilità economica: secondo Iocchi, è stato proprio “chiudendo un occhio sui disparati commerci (cocaina, sigarette) e le attività di contrabbando che sono il cuore economico del nord nigerino (l’ex crocevia turistico di Agadez, la capitale dell’uranio Arlit)” che è stato possibile “disinnescare le tensioni politiche delle comunità arabe e tuareg“.

Sono state proprio queste comunità, infatti, le protagoniste delle ribellioni del passato. Ma “attraverso il boom del business dei migranti, oggi riescono a generare quel benessere economico che fu alla base delle rivendicazioni armate del passato e che il governo di Niamey ha storicamente fallito ad affrontare”.

Su questo meccanismo inciderà la missione italiana: partita con la volontà di stabilizzare l’area, la presenza dei nostri soldati rischia invece di “far detonare gli equilibri clientelari e fornire il pretesto per l’ennesimo ‘imbracciamo le armi’ nella regione saheliana“.

di Michele Bollino

 

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30 dicembre 2017
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