La salute e i farmaci in carcere, Sifo fa il punto tra criticità e proposte

Quella delle carceri è una popolazione molto particolare, che ha però diritto ad un accesso alle cure al pari degli altri cittadini: i farmacisti ospedalieri hanno analizzato le criticità

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NAPOLI – Disturbi psichici, malattie infettive e malattie gastroenteriche. Ma anche problemi al sistema circolatorio e neoplasie. Patologie che spesso si vanno a intrecciare con dipendenze da una o più sostanze stupefacenti. Quella delle carceri è una popolazione molto particolare, che ha però diritto ad un accesso alle cure e all’assistenza farmaceutica pari a quella di tutti gli altri cittadini: la salute dei detenuti è un problema di salute pubblica a cui deve fare fronte il Servizio sanitario nazionale. Di questo si è parlato al 39° Congresso nazionale di Sifo, la Società dei farmacisti ospedalieri e dei servizi farmaceutici delle aziende sanitarie, dove ieri mattina si è svolto il corso precongressuale “La gestione dell’assistenza farmaceutica nel sistema penitenziario italiano” dedicato proprio a fare il punto su criticità e proposte per migliorare l’accessibilità alle cure.

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Il corso, molto partecipato, ha preso in considerazione diversi aspetti dell’assistenza farmaceutica in carcere, dalla gestione clinica del farmaco alla continuità terapeutica, dal problema della variabilità regionale all’appropriatezza prescrittiva. Un focus particolare è stato poi dedicato al problema dell’epatite C, una delle malattie infettive più diffuse nella popolazione penitenziaria.

“Sono particolarmente orgogliosa di questo corso – ha affermato la presidente di Sifo, Simona Serao Creazzola intervenuta in apertura per un saluto- perché si tratta del primo evento che si svolge a livello nazionale relativamente all’assistenza farmaceutica nelle carceri. Su questo punto specifico, ci troviamo da tempo di fronte ad una vacatio normativa che spesso non ci permette di operare nel modo ottimale“.

Dopo questa giornata di lavori, conclude Serao Creazzola, “vorremmo avviare una collaborazione con l’associazione Co.N.O.S.CI. (Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane) e lavorare insieme per arrivare a soluzioni normative da proporre al ministero della Salute proprio nell’ottica di colmare questa lacuna”.

Il senso del corso lo riassume Domenica Costantino, che per Sifo ha curato i lavori del corso: “Il contesto carcerario è molto particolare, in primis perchè si tratta di persone private della libertà personale, in secondo luogo perché per il tipo di patologie diffuse è un setting molto particolare e la gestione clinica del farmaco inevitabilmente ne è influenzata”. Un momento di confronto pensato per “discutere insieme di molti aspetti: la continuità terapeutica, i prontuari regionali, le strutture disponibili, i rapporti con i servizi del territorio (dai Sert alla Salute mentale all’Infettivologia), i rapporti tra gli operatori sanitari e i detenuti. L’obiettivo? “Migliorare l’assistenza farmaceutica nelle carceri e ottenere procedure omogenee che garantiscano l’equità d’accesso alle cure“.

A fare da quadro alla discussione uno studio realizzato dall’associazione Co.N.O.S.C.I che nel 2016 ha documentato lo stato di salute della popolazione nelle carceri con la partecipazione di sei Regioni e di una provincia. Uno studio su un campione di 16.000 detenuti, durato due anni e tuttora tra i più completi a livello europeo. I dati raccontano di una condizione patologica per il 67,5% del totale: i detenuti italiani sono affetti in primis da disturbi psichici, poi malattie dell’apparato digerente e malattie infettive. Su un totale di 16.000, assumono almeno un farmaco 8.296 detenuti, con una media di 2,8 farmaci per persona. Tra i più diffusi ci sono gli ansiolitici, gli antipsicotici e gli antiepilettici.

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30 Novembre 2018
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