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Giacomo Ferrara, da Spadino a fornaio che viaggia sui tetti di Roma


ROMA – Da ‘Spadino’ nella serie tv ‘Suburra’ ad Angelo nel film ‘Il permesso’, che gli è valso anche un premio come rivelazione dell’anno ai Nastri d’Argento 2017. Giacomo Ferrara, nato a Villamagna nel 1990, dalle montagne abruzzesi è arrivato al grande schermo grazie alla sua testardaggine ed esordisce ora come protagonista al cinema con ‘Guarda in alto’ di Fulvio Risuleo. L’agenzia Dire lo ha incontrato alla Festa del Cinema di Roma.

In ‘Guarda in alto’ interpreti Teco, un giovane assistente fornaio che si ritrova a vivere un’avventura bizzarra sui tetti di Roma… Cosa gli succede? Ci vuoi raccontare?

“Teco vive un’avventura assolutamente bizzarra e l’idea è proprio quella di questo fornaio che sale su un tetto con una scusa banale, per fumare una sigaretta, ma poi assiste ad un episodio strano che lo incuriosisce e decide di partire all’avventura per scoprire cosa è successo. Da lì partirà per lui un viaggio bellissimo, meraviglioso sui tetti di Roma. È stato come riscoprire la dimensione del sogno, nel senso che all’inizio del film vediamo Teco un po’ depresso, perché la sua vita non sta andando come sperava, mentre questo suo viaggio lo riporterà a rimparare a sognare come un bambino”.

Il regista Fulvio Risuleo parla di ‘Guarda in alto’ come di un film d’avventura… Sei d’accordo con questa definizione?

“Assolutamente sì, è un film d’avventura, è un ‘on the road’ sui tetti della città. Io lo paragono un po’ al ‘Barone rampante’ di Italo Calvino, che tra l’altro è il mio libro preferito, e da piccolo sognavo di interpretare quel personaggio. Quindi devo ringraziare Fulvio perché in qualche modo me ne ha dato l’opportunità. Anche andare ogni giorno su un tetto diverso di Roma è stata poi un’avventura, perché non sapevo cosa mi avrebbe aspettato. Ed è quella la meraviglia, cioè entrare nel mondo di Teco e incontrare sempre un personaggio bizzarro sopra i tetti”.

Un regista giovanissimo – Risuleo – che ha 26 anni – un protagonista altrettanto giovane – che sei tu – e che di anni ne hai 27… Vuol dire che finalmente in Italia qualcosa sta cambiando e che i giovani riescono a trovare il giusto spazio?

“Speriamo! Devo dire che da qualche anno il cinema italiano sta riprendendo piede e sta cercando di uscire fuori dagli schemi; mi viene in mente ovviamente Mainetti con ‘Lo chiamavano Jeeg Robot‘, Sollima con ‘Suburra’, che ha riportato al cinema un genere che non era più come quello che eravamo abituati a vedere negli anni 70, oppure Rovere con ‘Veloce come il vento’, un film sulle macchine da corsa che mai nessuno in Italia avrebbe mai pensato di fare. Diciamo che l’idea di uscire fuori dagli schemi sta prendendo finalmente piede, quindi ben vengano film così e ben venga ‘Guarda in alto’, che è un film giovane ma non solo per l’età mia e di Fulvio, ma per tutto il cast tecnico che c’è dietro: dal direttore della fotografia agli operatori, sono tutti ex compagni di Fulvio del Centro sperimentale. Quando arrivavi sul set ogni giorno c’era la voglia da parte di tutti di fare qualcosa di grande, e questo ti trasmetteva una grinta enorme, ma d’altra parte anche una grande responsabilità per me, nel senso di dover portare questo personaggio sulla scena e di mettermi sulle spalle un set così”.

Un film fuori dagli schemi, surreale, con personaggi singolari accomunati dal fatto di voler fuggire dalla società… A te è mai capitato? Oppure hai sempre i piedi per terra?

“Fuggire dalla realtà me lo permette il mio lavoro, ma nella vita sono molto con i piedi per terra, sono un lavoratore, anche un po’ stakanovista. Poi c’è il contraltare del mio lavoro, appunto, che mi permette di immaginare e vivere vite di altri personaggi lontani da me. Se ripenso a ‘Spadino’, per esempio, ovviamente non fare mai quello che fa lui, lo stesso vale per Teco: per quanto io sia cresciuto in montagna, salire su un tetto è una cosa che non mi sarebbe mai venuta in mente”.

Quando hai letto la sceneggiatura, c’è stato qualcosa in particolare che ti ha fatto dire: ‘Sì, voglio fare assolutamente questo film’?

“Già dal primo incontro con Fulvio abbiamo parlato di ‘Guarda in alto’, quindi ci siamo conosciuti, lui mi ha raccontato di lui ed io gli ho raccontato di me. Con noi c’era anche Chiara Polizzi, la direttrice del casting, e una volta che hanno iniziato a raccontarmi la storia c’è stata subito la voglia di farlo. Ho pensato: ‘Che ficata! Facciamolo subito! Prendiamo una telecamera e iniziamo!’. Fin dall’inizio la storia mi ha preso e avevo voglia di giocare con questo personaggio, intraprendendo questa nuova avventura. Teco è un po’ lo specchio dello spettatore che vede il film, perché anche lui, come Teco, scopre ogni volta una cosa nuova. È un film a cui sono molto attaccato e che mi emoziona sempre tanto”.

Domanda rituale per chiudere l’intervista: progetti futuri? Quale ruolo ti piacerebbe interpretare domani?

“Il ruolo che mi piacerebbe interpretare è quello che non ho ancora fatto. Non mi prefisso niente, sono molto curioso di scoprire cose nuove. La fortuna che sto avendo è di interpretare ogni volta un personaggio diverso: da ‘Spadino’ a Teco, da Angelo al nerd 19enne nel film di Riccardo Rossi. Insomma, la voglia è di fare sempre un personaggio diverso e di raccontare una storia nuova”.


GAY. GIACOMO FERRARA: NON FARE COME ‘SPADINO’, ESPRIMERE PROPRIO AMORE
 
‘Spadino’ della serie tv ‘Suburra’ è un personaggio complesso, all’apparenza spensierato e strafottente, che in realtà vive la propria omosessualità nel segreto assoluto. Ma è ancora così difficile per i giovani vivere liberamente la propria sessualità? Lo abbiamo chiesto a Ferrara, che nella serie interpreta Alberto Anacleti (alias Spadino), un criminale sinti costretto dalla sua famiglia a sposare Angelica, ma segretamente innamorato del suo sodale Aureliano Adami, figlio di un potente capo della criminalità che governa il litorale romano.
“Purtroppo se si guarda a quello che succede oggi, si scopre che nella società ci sono molte persone con una mentalità ancora chiusa– dice l’attore-. E questa è una cosa brutta, senza senso, che non riesco a capire. Alcune persone non riescono ad aprire le loro menti all’amore di altre persone, perché si parla di questo. Nel caso di ‘Spadino’, si tratta proprio di una cultura che gli impone di non potere amare un uomo, c’è una resistenza forte da parte della sua famiglia, che lo reprime e non gli permette di esprimersi liberamente, altrimenti lo aspetta l’esilio se non cose peggiori. Io sono sempre per l’amore, e l’amore dovrebbe vincere sempre: le persone dovrebbero poter esprimere l’amore a loro piacimento, per quello che sentono, perché poi il cuore è la cosa più importante. È il cuore che ci fa vivere realmente e ci fa sentire le nostre emozioni. Quindi, perché no, ad un amore tra persone dello stesso sesso“.

 

di Carlotta Di Santo, giornalista professionista 

30 ottobre 2017

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