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DIRE - LE OPINIONI

Referendum Nord Italia figli di una corte costituzionale miope

*Gianpaolo Rossini per www.mentepolitica.it

I due referendum in Lombardia e Veneto appena conclusi, il primo con un flop e il secondo con una affermazione degli autonomisti sono un grave scossone alla precaria e difficile stabilità del bel paese alla quale purtroppo stanno dando un contributo inatteso i veneti assaliti da una vampata di provinciale isolazionismo. Come si sia arrivati a tutto ciò è difficile da capire, così come è arrivata la Catalogna sull’orlo del baratro, così come l’Italia è stata dilaniata dal terrorismo per oltre tre decenni o come la Gran Bretagna è giunta alla Brexit. Quello che fa male è vedere come lungo questo percorso si siano avventurati anche vescovi e parroci che sostengono cause che non hanno nulla di evangelico. Ma purtroppo questo è anche il risultato di una presa di posizione di qualche mese della CEI che lamentava come gli italiani fossero tartassati da troppe tasse dimenticando tutto d’un tratto che le tasse pagano il welfare pubblico, la sanità pubblica e l’istruzione pubblica tutte accessibili ai meno abbienti che altrimenti sarebbero discriminati. Il ruolo più pesante e altamente irresponsabile però è stato giocato dalla Corte Costituzionale che ha ammesso i referendum in Veneto e Lombardia. La stessa corte aveva in maniera ancor più sorprendente tempo fa ritenuto incostituzionale il ballottaggio e i premi di maggioranza, di uso corrente in Francia e altri paesi, non certo meno democratici dell’Italia. Con queste sentenze la corte è entrata a gamba tesa su temi sui quali meglio avrebbe fatto a dichiarare la sua incompetenza in quanto materia altamente controversa sulla quale i numerosi sistemi democratici presenti nel mondo forniscono interpretazioni diverse e tutte compatibili con una ragionevole elaborazione della rappresentanza parlamentare della volontà popolare. La corte costituzionale si era poi pronunciata in maniera piuttosto sorprendente anche su un’altra materia, ovvero sul passaggio di alcuni comuni veneti della provincia di Belluno alla provincia di Bolzano ovvero alla regione autonoma Trentino Alto Adige i cui confini sono stati sanciti da un trattato Internazionale firmato nell’immediato dopoguerra. Si tratta di un evento passato quasi sotto silenzio nei media ma particolarmente grave e che è purtroppo coerente con il dissennato via libera ai referendum nel Veneto e Lombardia. Questi ultimi infatti sono soprattutto referendum in materia fiscale, come dimostrano infinite dichiarazioni dei promotori e discussioni in corso. Ma la Costituzione italiana non consente referendum in materia fiscale all’ articolo 75 in cui si afferma che “… Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio … di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Se questi referendum riguardano in primis materie fiscali e tributarie perché sono stati ammessi? Se non bastasse aspetti fondamentali della politica fiscale italiana sono regolati da trattati internazionali all’interno della Ue e della unione monetaria.
Rimane quindi il dubbio che la corte costituzionale non sia in grado di indagare adeguatamente il contenuto delle questioni sulle quali è chiamata a pronunciarsi.
Se non bastasse i referendum riguardano, a margine, visto che il fisco è oggetto principale, altre materie come istruzione e ambiente. Anche in questi due casi è dubbio che una regione possa fare da sé anche se è più efficiente. Alcune competenze che hanno già le regioni sono purtroppo fonte di caos tanto che la coordinazione tra loro è sempre più spesso simile ad una riunione di condominio litigiosa. Avere diverse regole nell’edilizia antisismica, nella raccolta dei rifiuti, nella protezione delle acque, nella difesa dall’inquinamento atmosferico non aiuta né le regioni virtuose né quelle arretrate. Primo perché a livello locale non è possibile avere le competenze acquisibili a livello centrale perché eccessivamente costose, come dimostra lo scandalo di qualche anno fa dei derivati acquistati da enti locali che non avevano il personale adeguato a interloquire con quello delle grandi banche dalle quali sono stati puntualmente gabbati con danni enormi fatti pagare a Roma. In secondo luogo perché un cittadino (o impresa) che si muove tra comuni e regioni finisce per non riuscire a conoscere tutte le regole locali diverse da quelle del suo comune o regione a pochi chilometri di distanza e commette infrazioni danneggiando l’ambiente. In terzo luogo perché una fabbrica che in inquina il delta del Po in provincia di Rovigo danneggia anche la provincia di Ferrara, ovvero molti eventi non possono essere confinati ai territori locali ma toccano aree molto ampie. Se poi consideriamo l’istruzione Veneti e Lombardi farebbero bene a studiare due casi emblematici in Europa: Germania e Francia. In Germania c’è stato un decentramento regionale piuttosto spinto. Il risultato è che oggi in Baviera ci sono corsi e diplomi diversi da quelli della Sassonia, calendari scolastici differenti, modalità di esami – compresa la maturità – e programmi scolastici difformi tra regioni con problemi non indifferenti per imprese e per il sistema universitario alle prese con valutazioni complesse e cervellotiche dei titoli e spesso con una distanza nella preparazione degli studenti che è maggiore di quella che abbiamo noi, per accontentare i veneti, tra il miglior liceo del Nord Italia e il peggiore del Sud. In Francia, con una percentuale di studenti di origine straniera molto alta, vi è un sistema molto centralizzato che, pur non immune da problemi, garantisce contro la balcanizzazione dell’istruzione presente in Germania da un po’ di anni. Un sistema alla tedesca in Italia sarebbe fortemente pregiudizievole della coesione del paese e una fonte di discriminazione per l’accesso alla istruzione universitaria. Tutti valori tutelati dalla Costituzione.
Insomma per ritenere i referendum non ammissibili ce ne sarebbero state di ragioni.

*Gianpaolo Rossini è professore ordinario di Economia Internazionale all’Università di Bologna

30 ottobre 2017

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