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A Matany perline e cucito per l’empowerment femminile

MATANY (Uganda) – “Temiamo sempre di non farcela, ma alla fine le ordinazioni arrivano sempre e possiamo pagare tutte le donne. Ora i gioielli più ‘di moda’ sono quelli realizzati con le uova di struzzo“. Le signore di cui suor Rosaria racconta all’agenzia DIRE sono le sue “25 operaie”, cinque di cui confezionano divise scolastiche e le altre venti oggetti di artigianato: collanine, braccialetti, cestini, scatoline.

Da 15 anni le suore comboniane che vivono nel St. Kizito Hospital di Matany, in Karamoja, dirigono la Women Cooperative ‘Daniele Comboni’.

Nella regione più povera dell’Uganda queste donne – completamente analfabete – hanno trovato un modo per guadagnare circa 90-95mila scellini al mese – circa 25 euro – e mandare avanti la famiglia.

“La maggior parte dei loro mariti non lavora”, sospira la suora, qui dal 1970, “e oltre al laboratorio artigiano forniamo loro corsi di alfabetizzazione, salute femminile e cura dei bambini”.

Suor Rosaria parla tra scaffali pieni di creazioni e contenitori traboccanti di perline luminose e variopinte, nel magazzino della cooperativa: “Noi missionarie cerchiamo di dare la precedenza alle donne”, quelle più escluse dalle opportunità lavorative.

Le ordinazioni delle divise arrivano dalle scuole, mentre l’artigianato, spiega ancora suor Rosaria, è richiesto direttamente dall’Italia: “bomboniere per matrimoni, battesimi e comunioni, oppure oggetti da vendere ai mercatini parrocchiali. Abbiamo contatti anche col Commercio equo e solidale”.

Le donne, ci tiene a dirlo, vengono pagate a prescindere, “anche se i prodotti restano invenduti. Poi cerchiamo di convincerle a risparmiare qualcosa dalla paga, in modo che a fine mese si ritrovino un gruzzoletto in più”. E poi, col resto dei profitti le suore pagano le rette scolastiche dei figli, “qui ogni donna ne ha circa 5-7 a testa. Stando qui da tanto tempo, condividiamo i problemi l’una dell’altra”.

L’istruzione è un altro ambito in cui le suore di Comboni cercano di dare il loro sostegno: “garantiamo la scuola a 1.500 ragazzi, dalle elementari al liceo, tramite le adozioni a distanza. Purtroppo l’università è costosa e in pochi ottengono le borse di studio del governo, perché servono voti alti e gli insegnanti qui sono poco qualificati per preparare adeguatamente gli studenti. Un anno di università, compreso il vitto e l’alloggio, costa circa 4milioni di scellini (mille euro, ndr). Ma quando pensiamo che non ci sia più speranza per il ragazzo o la ragazza, spunta un nonno che vende un terreno o una mamma che cede un’altra proprietà, e allora va a finire bene“, conclude sorridendo.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

30 ottobre 2017

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