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Carceri italiane, Antigone: “Meno detenuti, ma ancora non basta”

carceri-detenutiScende il numero di detenuti nelle carceri italiane: 53.283 al 31 maggio 2015, rispetto ai 68.200 del 2010. Questi i dati forniti dal pre-rapporto sulla situazione carceraraia in Italia, presentato oggi a Roma. La riduzione della popolazione degli istituti penitenziari ha spinto il Comitato dei ministri della Corte Europea a parlare di ‘trend positivi’, rispetto alla situazione che aveva portato alla condanna del sovraffollamento espresa nel 2013. Tuttavia osserva Antigone, si è ancora lontani dall’abbassare il livello di guardia, dato che la capienza regolamentare delle carceri è di 49.427 unità, gli ergastolani restano ancora troppi (1063), e ancora troppo pochi i detenuti in misura alternativa (33.247).

Tuttavia,  “la strada imboccata è quella giusta” è il commento di Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia della Camera, che sottolinea il bisogno di andare avanti “incentivando ancor di più sforzi e risorse”. Il documento di oggi, secondo Ferranti, “riconosce la bontà e i risultati del percorso riformatore che in due anni ha riportato a livelli sostenibili il numero dei reclusi riducendo tra l’altro sensibilmente la presenza di detenuti in attesa di giudizio”. Per quanto riguarda le misure alternative -che Antigone ricorda non inficiano la certezza della pena- “occorre operare con ancora più incisività, approvando al più presto il ddl sul processo penale che contiene anche la delega a riformare l’ordinamento penitenziario secondo principi che vanno senza dubbio nella direzione indicata da Antigone: facilitare il ricorso alle misure alternative, rivedere il sistema delle preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari e valorizzare la risocializzazione attraverso il lavoro”.

A esprimere preoccupazione è anche la rivista ‘La Civiltà Cattolica’ in un articolo a firma di padre Francesco Occhetta dal titolo Il carcere, la pena e la posizione della Chiesa’, che scrive: “la ‘pena sanante’ passa attraverso la rieducazione del detenuto, altrimenti il tempo della detenzione rischia di sostituire l’espiazione della colpa. Il riscatto invece passa per il riconoscimento della colpa e per la capacità di guardare dentro la ferita dell’ingiustizia compiuta”.

30 luglio 2015

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