Disturbi alimentari, parla l'esperta Maria Vicini: un aiuto può arrivare da incontri nelle scuole - DIRE.it

Disturbi alimentari, parla l’esperta Maria Vicini: un aiuto può arrivare da incontri nelle scuole

Mangiare bene, ma anche mangiare sano. All’Expo di Milano continua la rassegna di incontri dedicati alla corretta alimentazione e ai corretti stili di vita, in un percorso che vuole fare incontrare istituzioni, medici e cittadini per un giusto rapporto tra educazione al benessere e informazione. Al Vivaio scuola all’interno del Padiglione Italia è intervenuta Maria Vicini, nutrizionista del Centro disturbi del comportamento alimentare a Palazzo Francisci di Todi (Usl Umbria 1). L’abbiamo incontrata per farle alcune domande:

– Dottoressa Vicini, ci può spiegare in cosa consiste la sua attività?
“Io in realtà lavoro in un centro per anoressia e bulimia in Umbria, però nell’ambito di questo lavoro c’è anche la prevenzione. Dunque lavoriamo con i ragazzi nelle scuole: più che educazione alimentare la nostra attività consiste in interventi integrati con altri professionisti volti alla protezione di disturbi alimentari, come obesità e altri tipi di disagio”.

– Quindi la sua non è proprio mera educazione nutrizionale, ma attività di riflessione?
“Esattamente. Di solito il nostro intervento consiste in una discussione attiva con i ragazzi sui messaggi che arrivano a loro. Parlo a livello di conoscenze, ma soprattutto a livello di input. Vede, i più giovani solitamente sono bombardati di informazioni dal mondo circostante (penso ad esempio agli spot pubblicitari), ma molto spesso non sanno catalogarle. Ad esempio un adolescente può sapere che non deve eccedere in carboidrati ma può non sapere cosa realmente siano i carboidrati nella loro complessità. Magari il ragazzo sa che fanno ingrassare, ma non sa a cosa fanno bene. Insomma, lavoriamo sull’aspetto mediatico”.

– A questo si può anche legare il discorso sull’attività fisica. Incentrate la comunicazione anche su quell’ambito?
“Sì, chiaro. Prendiamo ad esempio le palestre, e l’immagine che viene data di questi luoghi a livello pubblicitario: non sempre, anzi quasi mai il messaggio che passa è quello del benessere, molto spesso è tutto incentrato sull’immagine”.

– Per questo lei usa spot pubblicitari per facilitare l’apprendimento?
“Sì. Diciamo che lavoriamo molto sulla pubblicità proprio perché l’adolescenza è quella fase delicata in cui si iniziano ad apprendere i primi strumenti per decodificare il mondo, e come dicevo prima questi ragazzi sono bombardati con notevole pressione da informazioni sommarie e da stimoli vari, in maniera continua. Il nostro compito è quello di indirizzare le loro scelte verso strade quantomeno più consapevoli”.

– Lei quando parla degli stimoli a cui i ragazzi sono esposti accenna sempre ad un concetto di pressione. Ce lo può spiegare meglio?
“Noi ad esempio viviamo in una realtà in cui l’offerta di cibo è continua, quasi infinita. La pressione è esercitata dall’esigenza di seguire dei trend. Da una parte vieni invitato a consumare quel che vuoi, dall’altra vieni educato a presentare una tua forma estetica armonica, ossia quella che gli altri si aspettano che tu abbia. Se ci si pensa diventa molto difficile per chi si affaccia nel mondo adulto riuscire a contrappesare le due tendenze, da qui i disturbi alimentari ed emotivi propri di questa fase”.

– Lei ha notato un cambiamento di consapevolezza nei ragazzi che ha avuto modo di incontrare?
“Noi quando facciamo interventi di solito organizziamo più incontri con la stessa classe. Di solito la nostra prerogativa è non solo informare, ma cercare di sviluppare un senso critico nei ragazzi. Le informazioni ormai si possono reperire facilmente, saperle usare con senso critico diventa fondamentale”.

– Il vostro staff è dunque composto da varie figure professionali, immagino.
“L’equipe è composta da una nutrizionista, da una psicologa, da un’educatrice e da una filosofa. Lavoriamo dunque su più aspetti, anche per quanto riguarda la sfera emozionale”.

– Questo immagino serva ad attuare un discorso di prevenzione per quelli che sono i disagi alimentari propri di quell’età.
“Logicamente tutto è incentrato sull’ascolto dello studente, per prevenire non solo i disturbi alimentari ma tutti quei disagi propri dell’età adolescenziale, dall’autolesionismo alla depressione, per finire alle dipendenze di vario genere, perché comunque tutti questi disturbi (alimentari e non) sono espressione di un disagio che spesso è molto difficile da cogliere, e spesso anzi quasi sempre questi sono segnali che il mondo degli adulti non è in grado di cogliere”.

30 giugno 2015
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»