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Egitto, nel villaggio copto al tempo di Al-Sisi. FOTOREPORTAGE

Dayr Al-Barsha (Egitto): Magdi Farouk 43 anni, insieme a suo padre. Farouk ha una tetraplegia causata dall’incidente ferroviario di El-Ayyat che nel 2002 uccise centinaia di persone

ROMA – “Credevo nella rivoluzione del 25 gennaio, ma ora ho lasciato perdere ‘pane, libertà e giustizia sociale’: mi basta la sicurezza”. Magdi Farouk, 43 anni, cita lo slogan simbolo della sollevazione popolare che nel 2011 rovesciò il regime trentennale di Hosni Mubarak. Accenna un sorriso, che però sembra amaro, ricordando il giorno del voto.

Dayr Al-Barsha (Egitto): Scene di vita quotidiana nel villaggio copto

E’ uno dei circa 23 milioni di elettori egiziani che questa settimana sono andati alle urne per esprimere il loro sostegno all’ex generale Abdel Fattah Al-Sisi.

Dayr Al-Barsha (Egitto): Scene di vita quotidiana nel villaggio copto

IIl fotografo Adel Karim ha incontrato Farouk e altri abitanti di Dayr Al-Barsha, un villaggio di cristiani copti nell’alto Egitto, 225 chilometri a sud del Cairo, realizzando un fotoreportage per l’agenzia DIRE. Vuole capire le motivazioni di chi sostiene il presidente, riconfermato dal 90 per cento di voti espressi in un’elezione il cui risultato era già scritto.

Dayr Al-Barsha (Egitto): Bambini in una strada del villaggio, nel governatorato di Minya

Nel 2013, durante il massacro di Rabaa Al-Adawya, quando al Cairo più di 817 persone furono uccise dalla polizia durante una manifestazione dei Fratelli musulmani contro il golpe di Al-Sisi, i villaggi cristiani della zona furono colpiti da violenze attribuite a sostenitori del partito islamista.

Dayr Al-Barsha (Egitto): Scene di vita quotidiana nel villaggio copto

Sebbene la stampa filo-governativa parlasse di partigiani della Fratellanza, secondo molti si trattava di gang di criminali comuni, che approfittarono dell’assenza di sicurezza. Alcuni giornalisti sostengono che fu lo stesso governo a usarli per terrorizzare i cittadini, in modo che accettassero di

buon grado qualsiasi regime.

Dayr Al-Barsha (Egitto): Scene di vita quotidiana nel villaggio copto

Dayr Al-Barsha si trova nel governatorato di Minya. “E’ circondata da villaggi musulmani, e ha bisogno dei loro prodotti” spiega Adel alla DIRE. “Tutta la zona è molto povera, per cui i problemi tra i fedeli delle due religioni si risolvono rapidamente”.

Dayr Al-Barsha (Egitto). Naem Girgis insieme a sua moglie

A parlare è anche Naem Gerges, 83 anni. Il fotografo lo ha incontrato seduto su una panchina insieme alla moglie, dalla quale ha avuto tre figli. “Sono analfabeta, non capisco niente di politica, ma Al-Sisi è un uomo di pace e ora il Paese va bene” dice Naem. “Dipendiamo da Dio”.

Secondo Magdy Malak, un parlamentare originario della zona intervistato dal sito d’informazione ‘Mada Masr’, in alcune parti della regione l’analfabetismo arriva al 50 per cento e Minya detiene l’ottavo posto nella classifica dei governatorati più poveri stilata dal Fondo sociale per lo sviluppo. Stando ai dati ufficiali, tra lunedì e mercoledì scorsi a Deyr Al-Barsha hanno votato 6mila persone su una popolazione di 30mila.

“Non credo che qui tutti siano andati alle urne – spiega il fotografo – ma chiunque incontrassi aveva il dito colorato dall’inchiostro rosso, che qui indica le persone che hanno votato”.

Dayr Al-Barsha (Egitto): Samuel Sawes, preside della scuola e direttore della campagna locale per Al-Sisi

A esprimere la sua preferenza è stato anche il preside di scuola Samuel Sawes Amin, direttore di Siamo tutti con te per l’Egitto, il comitato elettorale in sostegno di Al-Sisi. Ad Adel ha spiegato che il villaggio di Deyr Al-Barsha è composto da dieci famiglie e che a ogni elezione si organizza una riunione con due rappresentanti per famiglia e due preti. Tutti insieme decidono quale partito appoggiare e ogni membro deve convincere la “sua” gente. “La Chiesa – sottolinea Sawes – ha avuto un grande ruolo nel portare le persone al voto; anche gli scout hanno contribuito, partecipando all’organizzazione delle elezioni”.

Caption: Dayr Al-Barsha (Egitto): Il prete Antonious Bouchra

A confermarlo Antonious Boushra, prete delle chiese di Ava Bichoy e Ava Shenouda, a Dayr Al-Barsha. “Abbiamo fatto campagne di informazione in chiesa prima delle elezioni, attraverso le messe e in diversi

incontri” spiega.

Il prete Antonious Bouchra mostra la foto di un corteo con centinaia di disabili organizzato durante le elezioni per spingere le persone a votare

“Siamo anche andati a casa delle persone del paese per dire loro di votare per Al-Sisi”. A prendere posizioni sono state le alte gerarchie. “Il presidente attuale gode di una grandissima popolarità e c’è un desiderio fortissimo da parte della popolazione di rieleggerlo” aveva detto alla vigilia delle elezioni Tawadros II, il capo della Chiesa copta: “Un Egitto stabile è una garanzia di stabilità per il mondo intero“.

Dayr Al-Barsha (Egitto) La famiglia di Ashraf Bole

Anche nella famiglia di Ashraf Boles hanno votato per Al-Sisi: “Per il momento l’aumento dei prezzi ci mette a dura prova” dice il più giovane, Boles, 20 anni: “Spero comunque che Al-Sisi ci aiuti di più qui nell’Alto Egitto, che dia possibilità di lavoro per i giovani”.

Dayr Al-Barsha (Egitto): Da sinistra, Luther Atef e suo fratello Mina

Anche secondo Luther Alef, elettricista, 29 anni, i prezzi sono aumentati. “Ma senza sicurezza – avverte – non potremmo costruire né comprare nulla. Al-Sisi ha salvato il Paese dal diventare come la Siria o l’Iraq”. Secondo Alef, il presidente ha il merito di aver posto fine al governo di Mohammed Morsi e dei Fratelli musulmani.

Suo fratello Mina, 22 anni, non è d’accordo: “I giovani sono nei guai per colpa sua, e progetti inutili come il canale di Suez e la nuova capitale dovevano essere rinviati. E’ stato il popolo a togliere di mezzo Morsi, nessuno deve niente ad Al-Sisi”. Anche Mina spera che le sorti economiche del Paese si risollevino: “Meglio lavorare qui che emigrare e vivere da straniero solo per guadagnare” dice il ragazzo: “Ho votato per Mousa Mustafa. Sapevo che non avrebbe vinto e che il governo lo ha messo lì solo per normalizzare la situazione. Ma era l’unico modo che avevo per dire ‘no'”.

30 marzo 2018
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