Unioni civili, parla la psicologa: "Dibattito viziato dal pregiudizio" - DIRE.it

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Unioni civili, parla la psicologa: “Dibattito viziato dal pregiudizio”

matrimonio gayROMA –  ‘C’è molta ideologia e pregiudizio in questo dibattito. Non riesco a comprendere, come psicoterapeuta, perché negare a un bambino, che già vive in una famiglia composta da due persone omosessuali, la possibilità di essere adottato dal compagno del papà biologico, ad esempio, se non per motivi che siano strettamente legati alla capacità genitoriale. Si potrebbe piuttosto decidere di svolgere un’indagine sulle capacità genitoriali, come già avviene per le coppie adottive che sono tenute a seguire una formazione. Negare questa possibilità a priori, soprattutto se il bambino c’è già ma anche se deve ancora nascere, mi sembra un atto viziato di pregiudizio e appesantito dall’ideologia. Di fatto non esiste alcuna prova scientifica o empirica sulla possibilità che il bambino possa crescere meno bene’. È il commento di Paola Terrile, psicologa analista del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa) – Istituto dell’Italia Settentrionale, e autrice del libro ‘Figli che trasformano. La nascita della relazione nella famiglia adottiva’ (Franco Angeli), interpellata dall’agenzia Dire sul ddl Cirinnà in tema di unioni civili e stepchild adoption.

‘I nostri strumenti teorici, metodologici e giuridici non sono così aggiornati per comprendere appieno la varietà di forme familiari esistenti oggi. Un conto è cercare, sul piano clinico, di affrontare le difficoltà- prosegue la psicoterapeuta- un altro è partire già con un pregiudizio. I pregiudizi sono scorciatoie di pensiero che spesso si accentuano in un periodo storico di cambiamenti sociali. Ricordiamoci quello che dicevano i cattolici negli Anni 80: ‘I figli dei separati hanno più problemi’. Si trattava di un pregiudizio, adesso ampiamente sfatato’.

Cosa succede, a livello psicologico, a un bambino che cresce in una famiglia omogenitoriale? ‘In base alla mia esperienza, due genitori dello stesso sesso tendono comunque a una divisione dei ruoli. Sono famiglie che sperimentano nuove forme di condivisione e c’è sempre uno che assume – vuoi per le dinamiche interne alla coppia che per le maggiori predisposizioni personali – un ruolo prevalentemente materno e l’altro uno più paterno. In pratica- chiarisce l’esponente del Cipa Settentrionale- si verifica nel tempo una specie di ‘aggiustamento’ spontaneo nei confronti dei bisogni affettivi del bambino, che naturalmente non è scevro da difficoltà. Se questa dinamica verrà messa in atto spontaneamente, il bambino si troverà nelle condizioni per uno sviluppo equilibrato. Piuttosto- afferma Terrile- il problema non nasce sul piano familiare ma sociale, perché il minore si sente diverso dagli altri. La stessa dinamica avviene con i bambini stranieri adottati. A Torino ho in terapia coppie omosessuali composte da donne che mi rivelano di cercare asili e scuole dove ci siano insegnanti più aperti, o altre famiglie dello stesso tipo, affinché il loro bambino non si senta isolato’. Sul piano affettivo, continua Terrile, ‘i bisogni del minore afferiscono soprattutto all’aspetto psicologico del ruolo. Quello paterno dà norme ed è maggiormente rivolto al rapporto con il mondo esterno, quello materno è affettivo e accogliente, rivolto al mondo interno. Magari i genitori omosessuali possono avere entrambe le caratteristiche ed essere intercambiabili tra loro, ma ciò che conta è che uno dei due assuma via via prevalentemente l’uno o l’altro ruolo‘.

Non è vero che un piccolo che cresce in famiglie omogenitoriali svilupperà poi inclinazioni omosessuali? ‘Assolutamente no- risponde decisa la psicologa- diciamo che questi minori avranno più scelta, conoscendo entrambi i mondi. Magari e’ piu’ probabile il contrario, di solito nell’adolescenza i ragazzi si ribellano e, se frequentano un ambiente omo, è molto più probabile che assumano attitudini etero. Non generalizziamo mai però- aggiunge- sto riferendomi ad ambienti con un buon livello di riflessività e di attenzione al bambino. In ogni caso, il fatto che le famiglie omogenitoriali e adottive debbano lottare contro il pregiudizio fa sì che la sensibilità verso i bisogni del figlio e l’attenzione nel creare una famiglia il più equilibrata possibile sia un po’ più elevata rispetto alle famiglie tradizionali. Loro sentono il mondo contro, perché fanno più fatica e sanno che i figli faranno più fatica, non essendoci per loro, a differenza degli altri, niente di scontato. Sono persone che attivano molte risorse, si rendono conto che il loro percorso è più difficile e nuovo nella nostra cultura, vivono una sfida e non vogliono perderla’.

Cameron, il primo ministro inglese, vuole introdurre in Inghilterra una formazione per tutti i genitori. Lei cosa ne pensa? ‘Sono d’accordissimo. Oggi ad esempio vedo due pazienti singoli nella mattina e tre famiglie, di cui una adottiva e due naturali, nel pomeriggio, per parlarmi dei loro bambini insieme a loro. I genitori, quelli naturali, hanno avuto l’input da amici con figli adottivi, che considerano importante affrontare le difficoltà allo stato nascente. Ecco- sottolinea la terapeuta- bisogna promuovere la cultura del chiedere aiuto e aprire uno spazio di discussione, come alternativa al far esplodere i problemi quando è troppo tardi’.

È un discorso di prevenzione, secondo la psicologa analista del Cipa, ‘che tra l’altro fa risparmiare molti soldi allo Stato. Invita i genitori a fermarsi e a pensarsi insieme come padre e madre, a prescindere se siano o meno omoparentali, per capire cosa significhi questo nella relazione familiare. È una novità culturale che andrebbe incrementata anche da noi. Dobbiamo capire che dallo psicologo non si va solo per fare una terapia lunga- chiosa Terrile- ma per imparare a stare meglio con chi ci circonda. A volte possono essere sufficienti una o due sedute, se le difficoltà vengono colte allo stato iniziale. La psicoterapia aiuta ad attivare una funzione riflessiva sulle proprie relazioni, sulla funzione di genitore e su quella di figlio, offrendo anche ai bambini (quando sono grandicelli) uno spazio per esprimersi. A volte- rivela Terrile- i bambini si esprimono più chiaramente davanti a terzi, dando ai genitori elementi in più per cambiare atteggiamento e portare alla coscienza piccoli comportamenti errati’.

La controproposta a un mondo di pregiudizi è quindi più formazione e confronto?Il pregiudizio che cos’è se non la manifestazione della paura del diverso?– chiede la psicologa analista- Non voglio dire banalità ricordando che le famiglie sono tante, che non ci sono solo quelle arcobaleno, ma anche le monoparentali e le ricomposte, che obbligano noi tutti a ripensare gli stessi strumenti interpretativi. Le categorie della psicologia diventano obsolete e pregiudizievoli, se adoperate in modo rigido in un mondo ricco di relazioni diverse. In questa fase storica noi psicoterapeuti dovremmo avere molta flessibilità mentale e metodologica, senza temere di dire ‘Non so”.

 ‘E’ essenziale metterci in un atteggiamento di apertura per vedere come si sviluppa la famiglia e come si rapporta il bambino a questi due genitori, siano essi due mamme o due papà, oppure una mamma e un papà. Così come il bambino va considerato come persona e rispettato nei suoi bisogni psicologici e fisici- ricorda la psicoanalista del Cipa-, allo stesso modo la consulenza va calata nella realtà di ogni singola famiglia alla ricerca di eventuali criticità. Dire che le difficoltà aumentino se hai due padri o due madri è un azzardo, viziato da paura e ideologia. Semmai- avverte- la confusività dei ruoli è a volte molto più forte nelle famiglie ricomposte e, paradossalmente, quando i genitori separati vanno d’accordo. Si creano così famiglie allargate molto articolate, piene di nonni e fratelli. Famiglie nuove e sotto traccia perché non regolamentate. È un fenomeno meno visibile, ma non meno problematico in potenza. Guardiamo a tutto- consiglia Terrile- anche in questi casi sarebbe utile proporre della consulenza genitoriale, esattamente come per le coppie gay che vogliono adottare’.

La stepchild adoption apre all’utero in affitto, cosa ne pensa? ‘Sono contraria a un utero dato in affitto per denaro- replica la psicoterapeuta- in Canada la pratica è regolamentata a livello legislativo e accettata, purche’ non ci sia scambio di denaro. Si tratta sempre di fattori culturali. Dovremo rifletterci a fondo, per comprendere in quali termini questa questione possa essere accettata, piuttosto che bollarla negativamente come qualcosa di ideologicamente errato. La realtà è molto più variegata. Lo stesso vale per le adozioni, dovremmo ad esempio chiederci se anche i bambini nati dall’inseminazione artificiale, come per quelli adottati, sia possibile conoscere le loro origini (il donatore). Sono temi politici su cui non voglio pronunciarmi, però non chiuderei il dibattito, ma valuterei anche qui qual è l’interesse del bambino’.

Tutto questo confronto ‘necessita di tempo, decenni, prima di essere stabilizzato. Ai nostri giorni ci sono molti nuovi tipi di famiglie e siamo tutti assolutamente confusi. È questo un motivo per essere prudenti, prima di esprimere giudizi. Le mie stesse opinioni sono basate sulla mia esperienza professionale, le propongo per lo piu’ come ipotesi e non come convinzioni nette. Mi baso solo sulla constatazione che se i pregiudizi diventano dominanti emergono più facilmente i problemi psicologici. Come il bambino di colore adottato si sente diverso e pensa di essere meno degli altri e si chiede se deve negare le sue origini e stirarsi i capelli per assomigliare ai bambini bianchi, così i figli di famiglie arcobaleno- conclude- possono soffrire anche per problematiche non create dai loro genitori, ma da una società viziata da pregiudizi’.

di Rachele Bombace, giornalista professionista

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30 gennaio 2016
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