Violenza sulle donne, Polimeni: “Formazione per individuare casi sospetti”

Insieme a campagne informative e pene certe, si combatte con percorsi specifici e formazione dei professionisti della salute.

ROMA – Una donna su tre ha subìto violenza almeno una volta nella vita. Insieme a campagne informative e pene certe, si combatte con percorsi specifici e formazione dei professionisti della salute. Domenica 25 novembre si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Molteplici le iniziative in tutto il mondo, anche alla Sapienza con ‘Sapienza in Rosa’ (punti informativi, consulenze e visite mediche gratuite dedicati alle donne) e ‘MuSa in rosa’ (le musiciste di MuSa hanno celebrato la solidarietà femminile proponendo un concerto ‘al femminile’ il 23 novembre scorso. Inizia cosi l’articolo di Regina Geloso su Policlinico News dal titolo ‘Violenza di genere, colpevole di essere donna’. La violenza contro le donne- continua l’articolo- e’, purtroppo, un fenomeno tristemente diffuso. Quasi 7 milioni di donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, vale a dire ben oltre il 30% delle donne tra i 16 e i 70 anni. A dirlo è l’Istat nella pubblicazione ‘Indagine sulla sicurezza delle donne’.Di queste il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Si definisce ‘violenza contro le donne’ ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l’art 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne. 

Colpevoli di essere donne, il cosiddetto ‘femminicidio’. Ogni anno, stando almeno alle registrazioni del Viminale negli anni agosto 2015/luglio 2016 e agosto 2016/luglio 2017, passano meno di 4 giorni prima che venga compiuto un omicidio volontario in ambito affettivo o familiare ai danni di una donna. I primi 6 mesi del 2018, inoltre, hanno visto una nuova impennata dei femminicidi (intesi come omicidi fondati su una violenza di genere): 44 le donne uccise dall’inizio di gennaio alla fine di giugno, con un aumento percentuale del 30% rispetto al 2017 (dati Sos Stalking). Se diminuisce progressivamente il numero di partner o ex partner coinvolti in questo crimine- spiega l’autrice- sono in netto aumento gli omicidi imputabili ad un altro familiare (oltre la metà). Le donne che fanno Rete. Emergono però importanti segnali di miglioramento rispetto agli anni passati: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono in diminuzione (se pur lieve) e se i cosiddetti ‘femminicidi’ nel 2017 sono stati 113, quattro anni prima aveva raggiunto la vertiginosa cifra di 138. Cosa è cambiato? Sicuramente le campagne informative e di sensibilizzazione- sottolinea Regina Geloso- hanno favorito una maggiore consapevolezza sul problema, un clima sociale di maggiore condanna della violenza ed una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il problema. Le donne sono sempre più consapevoli che la violenza subìta sia un reato e la denunciano di più alle forze dell’ordine. Sempre più frequentemente ne parlano con qualcuno e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli. Ed in questo senso ‘un aspetto molto importante è la formazione del personale sanitario su questo tema’ dichiara Prof. Antonella Polimeni, Preside Facoltà Medicina e Odontoiatria, Sapienza Università di Roma e Responsabile DAI Testa-Collo Policlinico Umberto I. 

“Nella nostra esperienza- prosegue Prof. Polimeni- l’aver imparato ad ascoltare e ad individuare atteggiamenti e segni sospetti, ci ha condotto a ‘svelare’ letteralmente molti casi, mascherati dalla stessa vittima come incidenti domestici.Non solo, il poter offrire un ambiente sicuro, un percorso chiaro, e soprattutto protettto, ha dato ad alcune pazienti l’opportunità di intravedere una via d’uscita e quindi di rilevanza”. Professionisti della salute, formazione specifica per riconoscere e contrastare la violenza.Alla base delle raccomandazioni del National Institute and Care Excellente (NICE) contenuta nella ‘Guida per la salute pubblica’, vi è la formazione dei professionisti della salute. Questi- evidenzia l’autrice nell’articolo- sono generalmente poco preparati e formati nella gestione della violenza domestica, così come poco informati sull’esistenza di servizi specializzati per la violenza domestica.La formazione deve essere di tipo frontale, piuttosto che on-line, perché deve consentire la pratica della ‘capacità di domanda’. 

I LIVELLI DI FORMAZIONE RACCOMANDATI

L’articolo passa in rassegna i livelli di formazione raccomandati. I livelli di formazione raccomandati sono 4. Il livello 1: rivolto alle figure ausiliarie dello studio medico (segreteria, assistenti); spiega come reagire in modo sensibile ad una comunicazione di violenza domestica e come indirizzarla a servizi specialistici. Il 2: rivolto a medici, infermieri e staff di servizi di ambulanza e di servizi sociali; insegna come formulare domande relative alla violenza domestica in modo da facilitare l’apertura della vittima per poi inviarla a servizi specialistici. Livello 3 e 4: specifico per i servizi specialistici; si rivolge rispettivamente allo staff di salvaguardia e agli esperti di violenza domestica.

Altra raccomandazione del NICE è rivolta ai Direttori Sanitari e sottolinea l’importanza di creare questi servizi specializzati. “Quello che si vuole veramente ottenere dal training- dichiara Prof. Polimeni- è la competenza da parte dei professionisti della salute nel fare domande relative agli abusi, poiché è molto difficile per la vittima confidarsi spontaneamente.Si vuole che la risposta sia appropriata e di sostegno. Si vuole che gli operatori siano in grado di offrire un rinvio al supporto specialistico per la violenza domestica. Infatti, nonostante la vittima di violenza di genere tenda maggiormente ad usare i servizi sanitari rispetto al resto della popolazione, spesso non denuncia l’accaduto. In questi casi, si è dimostrato che “quando un professionista sanitario pone domande rispettose e mirate in presenza di sintomi riconducibili a violenza di genere, aumentano le possibilità di denuncia da parte della vittima”. 

Lesioni oro-facciali come marker di violenza da parte del partner è l’ultimo capoverso dell’articolo. Una donna che richiede un approccio e trattamento per lesione facciale ha una probabilità su 3 di essere vittima di violenza e abuso. “I chirurghi maxillo facciali sono spesso gli unici professionisti della cura della salute a diagnosticare traumi oro-facciali nel distretto testa-collo associati ad episodi di violenza di genere”.Dichiarazione che arriva a conclusione di uno Studio sulla prevalenza dei traumi maxillo-facciali associati a violenza domestica. In 257 pazienti con fratture maxillo-facciali (188 uomini, 69 donne), 9 di queste erano state causate da violenza domestica. In tutti e 9 i casi la vittima è stata una donna. “I traumi della regione maxillofacciale da violenza domestica erano rappresentati nel 38% dei casi da frattura della mandibola, nel 29% da frattura dentale, nel 21% da frattura dello zigomo e nel 12% da frattura nasale” spiega Prof. Polimeni. Ed infine l’autrice parla del costo sociale della violenza. La violenza ha poi un costo, legato alla perdita di produzione economica, dell’utilizzo dei servizi e dei costi personali. Come se non bastasse, diversi studi hanno dimostrato come i figli maschi che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre o che l’hanno subita, imparino ad agire violenza (maggiore probabilità di diventare a propria volta autori di violenza nei confronti delle proprie compagne); d’altra parte, invece, le figlie femmine imparano a tollerarla (maggiore probabilità di esserne vittime). La violenza non può e non deve essere accettata. In nessun caso. Non aspettare, denuncia! Sia se la subisci, sia se ne sei testimone.L’ex moglie di un famoso regista italiano a L’Arena di Giletti ‘Una volta mi ruppe anche un dente, allora capii che dovevo andare via’.

(articolo di Regina Geloso, su Policlinico News)

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29 Novembre 2018
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