Rifiuti. Energia da riciclo e nuove norme per i termovalorizzatori - DIRE.it

Ambiente

Rifiuti. Energia da riciclo e nuove norme per i termovalorizzatori

ROMA – Non più trattare semplicemente il rifiuto, ma trattarlo per recuperare risorse come energia, materiali e suolo. Questo l’obiettivo principale dei processi di termovalorizzazione, che stanno vivendo una ‘seconda giovinezza’ grazie all’introduzione di tecnologie innovative e procedure all’avanguardia: oggi, infatti, il ruolo è sempre più cruciale in un sistema sostenibile di gestione dei rifiuti solidi e soprattutto nelle aree dove scarseggiano i siti di discarica. A patto, ovviamente, che le reali prestazioni di controllo dell’inquinamento siano così alte come negli impianti di ultima generazione. Energia dai rifiuti, dunque. Un’opzione chiave per trasformare un problema in risorsa. Oltrettutto alla luce del prossimo Eu Brefs, il documento sulle migliori tecniche disponibili, che influenzerà i futuri limiti di legge sulle emissioni e fornirà indirizzi sugli standard operativi e prestazionali. Dell’argomento si è discusso oggi in un convegno organizzato da Solvay in collaborazione con l’universita’ Niccolo’ Cusano presso la sede romana dell’ateneo: un confronto tra istituzioni, personalita’ scientifiche e principali operatori industriali con lo scopo di scambiare esperienze e conoscenze nel settore dei rifiuti e dell’energia. Dal dibattito è emerso che uno dei principali problemi dei processi di termovalorizzazione resta l’accettazione socio-culturale: solo alcuni aspetti del’esternalità sono percepiti direttamente (paesaggio, rumore, odori) mentre per gli aspetti relativi alla salute umana la percezione è mediata dai convincimenti personali, spesso condizionati da un’informazione parziale. Infatti basterebbe diffondere conoscenze corrette per scoprire i vantaggi dei termovalorizzatori, 455 in Europa e 800 nel solo Giappone, con un impatto ambientale riferito alle moderne unità paragonabile a quello di una media industria.

Come spiega il professor Umberto Arena, docente della Seconda università degli studi di Napoli e uno dei massimi esperti del settore in Italia, ‘termovalorizzare’ “significa ridurre la massa e il volume dei rifiuti preservando spazio in discarica, recuperare sostenibilmente energia, recuperare materia da residui solidi, ridurre le emissioni di gas a effetto serra rispetto alla decomposizione anaerobica in discarica”. Eppure va tenuto conto che “il riciclo è una buona cosa ma non a ogni costo. Infatti nessun materiale può essere riciclato all’infinito e il riciclo, per ragioni ambientali ed economiche, non può andare al di là di certe soglie (generalmente il 60% del totale). Inoltre non tutti i materiali possono essere riciclati”. Certo è che “riciclando occorreranno meno materie prime, ci sarà bisogno di smaltire meno rifiuti, contribuendo a compensare i costi delle risorse e la loro disponibilità”. In Italia, aggiunge Arena, “c’è una ottima percentuale di raccolta differenziata che poi viene avviata al riciclo, c’è un livello di termovalorizzazione con buona tecnologia e un’ottima emissione e prgressivamente stiamo riducendo la quota che va a finire in discarica. Ora la Comunità europea propone soluzioni per la ‘circular economy’, ma io sono convinto che bisogna conservare un approccio equilibrato e che non c’è una soluzione di gestione adatta a ogni tipo di rifiuti”. Il nostro Paese, però, continua a fare fatica in questo settore, “perché bisogna organizzare le conoscenze, avere un’impiantistica adeguata e informare bene il cittadino, modificarne le abitudini, ripensare prodotti e servizi che magari sono funzionali ma non facilmente riciclabili”. In definitiva, “stiamo sicuramente avvicinandoci agli standard europei che, se prendiamo come riferimento Paesi come Germania, Danimarca e Olanda, restano comunque lontani”.

A proposito di Europa. “Da un punto di vista comunitario- spiega Nicoletta Valeria Trotta, tecnologa dell’Ispra- si stanno ridefinendo e aggiornando le migliori tecniche che impianti come i termovalorizzatori dovranno adottare per uniformarsi a livelli di emissione definiti in modo sempre più restrittivo e ambizioso. Le attività di elaborazione del documento sono partite a inizio anno e dovrebbero concludersi entro il 2018 con l’obiettivo di pervenire all’emanazione di un atto normativo specifico, a cui ci si dovrà adeguare entro quattro anni”. L’Italia sta collaborando alla procedura “grazie a un circuito molto importante con il ministero dell’Ambiente e il coinvolgimento di industrie del settore per portare esperienze e casistiche specifiche e contruibuire al miglioramento delle conoscenze nel settore”. Sicuramente, spiega Trotta, l’interesse del Paese “sta crescendo e la partecipazione dei cittadini spinge istituzioni, associazioni di ricerca e mondo accademico a un confronto sempre aperto che sta facendo progredire moltissimo il nostro sistema tecnico-legislativo”. Ma anche quello professionale, se è vero che, sottolinea Arena, “ci sono numerose competenze e le nostre aziende sono molto ben riconosciute anche all’estero. Senza dubbio mercati come quello del Sudest asiatico hanno bisogno di conoscenze e rendono il settore interessante per giovani informatici e ingegnieri”. Ecco perché, conclude il rettore dell’Unicusano, Fabio Fortuna, “approfondiamo questi aspetti nei nostri corsi di laurea in Ingegneria con indirizzi interessanti e di grandissima attualità. Possiamo dire di essere un ateneo ‘verde’”.

29 ottobre 2015
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